VENEZIA. «Sapevano tutto. Ci siamo incontrati più volte e non abbiamo mai omesso nulla». Ci sono perfino le date, nello statement pubblicato ieri mattina sul sito dell'«icelandic center» e poi ritirato nel pomeriggio (per modifiche, fanno sapere ufficialmente). Date e nomi delle persone che i curatori avrebbero incontrato, dai referenti di Biennale a quelli del Comune di Venezia, a testimonianza del fatto che, almeno secondo gli organizzatori del più discusso padiglione della 56esima Biennale di Venezia, quello dell'irmai famosa moschea, niente è piovuto per caso. «A tutti era chiaro quale fosse il nostro progetto scrivono Andrea Del Mercato e il suo assistente avevano partecipato per Biennale ai meeting del padiglione con le istituzioni cittadine, sia il 21 aprile in Prefettura, che il 6 maggio in comune. E in queste occasioni la Biennale aveva appoggiato le richieste del Comune di eliminare ad esempio gli elementi decorativi esterni del padiglione». Non basta, l'Icelandic center che poi nel pomeriggio informa di aver pubblicato per errore quelle dichiarazioni e di essere pronto nei prossimi giorni a fornirne di nuove «ne ha» anche per il Comune. «La città dice che il padiglione non avrebbe fornito sufficienti informazioni sul progetto della moschea dice il comunicato ma non è così. Atteniamoci ai fatti: in gennaio e febbraio abbiamo spiegato di persona il progetto e ne abbiamo consegnato una descrizione dettagliata ai referenti ufficiali della Biennale, in gennaio abbiamo parlato anche con don Gianmatteo Caputo, il rappresentante del Patriarcato e sempre in gennaio abbiamo consegnato la stessa documentazione al commissario Vittorio Zappalorto. La natura e i dettagli del progetto della moschea erano molto ben conosciuti dalla città, dalla Biennale e dai rappresentanti della Chiesa. Siamo stati chiari e trasparenti». Un elenco preciso, che non dimentica nulla. E che vuole sostanzialmente cancellare l'ombra dei «non sapevo». Nei giorni scorsi, intanto, i vigili urbani hanno inviato un'informativa in procura, segnalando l'ipotetica violazione di norme urbanistiche ed edilizie e il procuratore aggiunto Adelchi D'Ippolito ha aperto un fascicolo. Per ora si tratta di un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato, ma se i magistrati dovessero riconoscere che ci sono state delle violazioni delle norme penali, sul registro degli indagati potrebbero finire gli organizzatori o il curatore del padiglione islandese. Che non ci stanno: «Tutti erano a conoscenza del progetto e questo è dimostrato dal fatto che il 26 febbraio l'icelandic art center ha ricevuto un avviso dalla Biennale che ci informava che il progetto dell'artista avrebbe creato dei problemi di sicurezza e ci consigliava di trovare un posto privato e chiuso per realizzarlo. Così abbiamo fatto. Precisiamo inoltre che all'interno dell'installazione non era obbligatorio portare il velo. Non ci sono le basi legali per chiudere il progetto artistico della Moschea. Le autorità si sono permesse di giudicare cosa sia arte. Per noi questo è inaccettabile e ricorreremo per poter riaprire».