I magistrati stanno valutando eventuali reati edilizi. Presto una nuova informativa VENEZIA. La procura di Venezia indaga sulla «moschea» della Biennale. Il procuratore aggiunto Adelchi D'Ippolito, sul cui tavolo era arrivata un'informativa della Polizia municipale sui presunti abusi edilizi (in particolare i bagni realizzati senza autorizzazione), ha aperto un fascicolo, anche se per ora senza indagati e ipotesi di reato. L'opera del padiglione islandese era stata chiusa venerdì scorso per decisione del Comune. Si attende una nuova informativa dei vigili. VENEZIA. Dopo la chiusura di venerdì mattina e prima del probabile ricorso al Tar contro quel provvedimento, ora il caso della «moschea» del padiglione islandese della Biennale finisce in procura. I vigili urbani di Venezia avevano inviato un'informativa in procura, segnalando l'ipotetica violazione di norme penali urbanistiche ed edilizie (in particolare relative a dei bagni completamente abusivi) e il procuratore aggiunto Adelchi D'Ippolito, che coordina il pool di magistrati che si occupano di quel tipo di reati, ha aperto un fascicolo, che presto dovrebbe essere assegnato a uno dei sostituti dell'area. Per ora si tratta di un «modello K», ovvero un fascicolo senza indagati e senza nemmeno ipotesi di reato specifiche, anche perché la procura è in attesa dell'invio di una nuova informativa da parte della Polizia municipale lagunare, che dovrebbe portare ulteriore documentazione sulla vicenda. E' evidente che se i magistrati dovessero riconoscere che ci sono state delle violazioni delle norme penali, sul registro degli indagati potrebbero finire gli organizzatori o il curatore del padiglione islandese che in questi giorni ha scatenato enormi polemiche per aver trasformato la chiesa di Santa Maria della Misericordia in una «moschea» surrettizia: l'installazione dell'artista svizzero Christoph Büchel che peraltro, come gli organizzatori, si è sempre difeso dicendo di aver voluto realizzare un'opera per lanciare il dialogo tra le fedi di fatto si era trasformata in un luogo di culto, con la presenza di tanti musulmani in preghiera e anche con l'obbligo (poi cancellato) di togliersi le scarpe per entrare. Per questo l'opera era stata chiusa su ordine del Comune di Venezia, che aveva revocato la Scia presentata il 27 aprile, non prima di aver portato la decisione in Prefettura di fronte al Cosp (il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza) di mercoledì scorso. In un comunicato stampa della Prefettura era stato spiegato che la decisione era stata presa in quanto, nel corso di ripetuti controlli effettuati a partire dall'apertura al pubblico avvenuta l'8 maggio, «l'attività espositiva è risultata esercitata in violazione delle prescrizioni impartite dall'amministrazione comunale e delle assicurazioni fornite dagli stessi responsabili dell'iniziativa nelle loro precedenti comunicazioni». In particolare non erano state rispettati il divieto di utilizzo, durante l'orario di apertura al pubblico, dello spazio interno dell'ex chiesa per finalità diverse da quelle di una mostra espositiva; il divieto di utilizzo del padiglione quale luogo di culto; le modalità di ingresso del pubblico. Inoltre erano state violate le norme sulla sicurezza dei luoghi, visto il ripetuto superamento del limite massimo di capienza, e poi c'erano stati appunto degli abusi edilizi, come quello del bagno realizzato senza autorizzazione. Il provvedimento può essere impugnato al Tar entro 60 giorni ed è probabile che ciò avvenga, visto che dopo la chiusura i responsabili hanno lanciato i loro strali contro Comune e Biennale. Il primo è stato accusato di aver ceduto a una «paura irrazionale», mentre all'ente guidato da Paolo Baratta è stata contestata la mancata difesa di una delle proprio opere, tanto più visto che il tema poteva essere pertinente con il titolo di quest'anno: «All the world's futures», cioè «Tutti i futuri del mondo».