AVEVANO cercato scampo lungo la scala che conduceva al giardino e alla marina. Una ricca famiglia pompeiana, giunta forse in città dopo l'eruzione del 62 dopo Cristo. Erano in quattro, padre, madre e due bambini. Benestanti, con una vasta dimora abbarbicata su quelle che una volta erano le mura di Pompei. Una casa terrazzata, con ninfeo e vista panoramica sul golfo. Ci sono anche i calchi della famiglia della Casa del Bracciale d'oro nella mostra che si inaugura il 26 maggio nell'Anfiteatro di Pompei. La ricca matrona pompeiana, con il bimbo ritto sul grembo, è morta nel tentativo di aiutare il piccolo a restare con la testa in alto, quasi a volergli dare più aria per respirare. La mamma indossava un'armilla in oro da 610 grammi, un gioiello eccezionale, attorno ai corpi altri gioielli, quaranta aurei e 170 denari d'argento, uno coniato non prima del settembre del 79 dopo Cristo dall'imperatore Tito, il che ha indotto alcuni studiosi a spostare la data dell'eruzione da agosto a ottobre. Saranno venti (tra gli 86 da restaurare) i calchi visibili nell'allestimento top secret di Francesco Venezia all'interno di una piramide in metallo e legno montata nell'arena dell'anfiteatro pompeiano. La struttura è già pronta, rivestita con pannelli di legno. L'interno è come un antro, un vulcano al negativo, con un sistema di vista che permetterà di ammirare i venti calchi da vari punti. Alcuni reperti saranno sospesi nel vuoto, un gioco di luci renderà coinvolgente l'esposizione, che comprende anche la riproposizione di una meridiana solare. Una vera e propria "Wunderkammer", una stanza delle meraviglie, con il raggio solare che entra nella piramide di Pompei e si collega all'altro allestimento, quello della Sala della Meridiana del Museo archeologico nazionale di Napoli. Qui, sempre il 26 maggio, va in mostra la seconda sezione della mostra "Pompei e l'Europa 1748-1943", con 250 capolavori d'arte come le "Deux femmes courants sur la plage" dipinte da Picasso nel 1922 o i "Gladiatori" di Giorgio de Chirico (1927). «Il progetto di restauro dei calchi è finalizzato anche alla fruizione - spiega il soprintendente di Pompei, Massimo Osanna- non sono statue o figure, ma esseri umani ai quali restituiamo dignità. Ci testimoniano non solo il momento intimo dell'ultimo istante di vita, ma consentono il recupero dell'aspetto e della fisionomia. Faremo un libro e un documentario per raccontare questa storia ». Il restauro prevede la pulizia e la ricomposizione di arti e parti che si sono staccate. I calchi più antichi non erano stati mai inventariati perché, considerati esseri umani, non vennero censiti come reperti. Ora lo studio prevede una loro catalogazione. Giuseppe Fiorelli, l'inventore della tecnica nel 1863, parlò del suo metodo come di «calchi rapiti alla morte» prefigurando che «l'archeologia non si studierà più sulle statue ma sugli esseri viventi». Secondo gli studiosi, a essere fissati nell'attimo della morte non furono i pompeiani periti nel corso della prima fase dell'eruzione, quando i tetti crollarono e schiacciarono molte delle vittime. Quelli inglobati nei calchi sono i resti degli abitanti sopravvissuti alla prima fase e che poi furono uccisi dalla nube ardente ad altissimo calore, oltre 300 gradi, che "abbrustolì" i tessuti all'istante, incollando gli abiti alla pelle, ma senza bruciarli. E lasciando intatte le ossa all'interno dei cadaveri carbonizzati nella seconda fase dell'eruzione. Una delle novità emerse dall'intervento di restauro è che i calchi fatti a partire dal 1863 erano di qualità decisamente superiore a quelli realizzati negli ultimi 50 anni. Lo hanno spiegato il responsabile del laboratorio di restauro della soprintendenza di Pompei, Stefano Vanacore, e il direttore della ditta Atramentum, Giancarlo Napoli, che sta eseguendo gli interventi. Ai tempi di Giuseppe Fiorelli venne utilizzato gesso ricavato da alabastro cotto in forno e colato misto a un collante nelle forme impresse dalle vittime nel materiale vulcanico del 79 dopo Cristo. Negli anni '70 del secolo scorso, invece, si utilizzò gesso a base di calce industriale prodotta per l'edilizia, di qualità peggiore. «Il restauro - spiega Vanacore - si presenta di particolare complessità perché deve tenere insieme due materiali diversi e incoerenti come le ossa umane e il gesso. Abbiamo effettuato la pulitura, la riadesione di parti cadute a seguito dei bombardamenti del 1943. Man mano che restauriamo, stiamo effettuando analisi scientifiche sui tessuti ossei per recuperare il Dna e ricostruire i contesti familiari ». In corso anche la scansione tridimensionale di tutte le vittime, sia per programmare la manutenzione che per realizzare con stampanti 3D copie in scala, anche 1 a 1, dei calchi, da poter inviare per mostre ed esposizioni in Italia e all'estero senza compromettere la conservazione degli originali. «Sono un unicum del mondo antico» ripete Osanna. E annuncia che, una volta finita la mostra, a novembre, i calchi saranno risistemati all'interno delle teche originali ottocentesche e dei primi del Novecento, anch'esse risistemate. E saranno visibili nelle domus dove furono rinvenuti, come quella del Criptoportico o di Fabio Rufo. Riaperte appositamente per offrire uno spaccato reale, suggestivo e - a tratti - drammatico della vita dei pompeiani di duemila anni fa.