Mantova e Cremona ricordano. Domani. Ricordano le tre scosse del 29 maggio, il terrore, la desolazione. E quel silenzio surreale che aveva avvolto interi paesi. L'Italia parla di sisma emiliano, e i lombardi del Po ormai non protestano più. Si rimboccano le maniche e reclamano dalla Regione (che a sua volta reclami dallo Stato) quanto spetta al territorio: un trattamento uguale a quello dell'Emilia Romagna e del Veneto, le altre due regioni coinvolte dalla calamità. Nella sostanza, una sola richiesta: fondi adeguati ai danni. Così, in attesa che il Governo vari il «decreto terremoti», l'attenzione cade oggi sulle chiese: domani, come tre anni fa, a Mantova, il cupolino della basilica palatina di Santa Barbara rovinava al suolo. E il profilo mutilato del capoluogo virgiliano diveniva ideale simbolo di un terremoto che né si era fermato al confine regionale, né era stato ammortizzato dall'alveo del Grande fiume. Oggi, a distanza di 36 mesi, per ripristinare i luoghi di culto lesionati ancora mancano 38 milioni. Ventotto per la diocesi di Mantova, dieci per quella di Cremona. MANTOVA, RIAPERTE 104 CHIESE SU 129 BUSTI: «MAI DELUSO CHI CONFIDA IN DIO» Mantova era partita con 129 edifici inagi- bili. E, a oggi, ha salutato ben 104 aperture. Nell'unico caso di edificio non tutelato dalla Soprintendenza, quello di Pegognaga, è stato invece bandito un concorso nazionale per una nuova realizzazione. I fondi? «Dei 22 milioni finora impegnati conteggia monsignor Claudio Giacobbi, vicario episcopale per gli enti e i beni ecclesiastici un milione e 300mila euro sono stati concessi a fondo perduto e tre milioni e 870mila devono essere restituiti in 15 anni sulla scorta di un Fondo di rotazione regionale». Tutto il resto, al netto di qualche rimborso assicurativo, è scaturito dalla rete di solidarietà che il vescovo di Mantova Roberto Busti ha saputo creare tra le realtà diocesane milanesi e lombarde in genere. «Non mi sarei mai immaginato di giungere a questo punto in un tempo relativamente molto breve ammette il presule . Vuol dire che chi confida nel Signore, non resta deluso». Ma la sua gioia non può essere piena: a fronte «della festa di popolo» a cui «assisto e partecipo» tutte le volte che si dischiudono i portoni di una chiesa, «si acutizza il dolore per quelle comunità che, pur poche, non vedono un traguardo anche se lontano». CREMONA, RIAPERTE 10 CHIESE SU 16 LAFRANCONI: «TESTIMONIANZA DI COMUNITÀ» Ed ora Cremona: la diocesi, finora, è riuscita a riaprire dieci delle sedici chiese completamente inagibili (ma bisogna considerare anche le altre 23 comunque lesionate), mettendo in campo sette milioni. «Quasi tutti di provenienza ecclesiastica precisa monsignor Achille Bonazzi, direttore dell'Ufficio diocesano per i beni culturali a eccezione di una piccola quota regionale e della provincia di Mantova». Sì, stiamo parlando di Cremona, ma i suoi confini ecclesiastici inglobano anche qualche parrocchia amministrativamente ricompresa nel territorio virgiliano. Dal canto suo, il vescovo Dante Lafranconi ricorda che «quando una comunità si attiva per ripristinare la propria chiesa, testimonia un'appartenenza». E considera: «È vero, si può pregare anche sotto una tettoia. Ma è significativo ritrovarsi là dove per secoli si è riunito chi ci ha preceduto». Intanto, uno sguardo nel campo dei «vicini terremotati» evidenzia le forti penalizzazioni della Lombardia. In Emilia, ogni diocesi vede decine di chiese inserite nei Piani regionali. E in Veneto, il ripristino dei luoghi di culto terminerà ufficialmente in ottobre. Senza che la diocesi di Rovigo, l'unica coinvolta, abbia speso un solo euro dei sette milioni e 500mila necessari. A (quasi) tutto come dovrebbe essere per legge ha provveduto il Commissario delegato per il sisma. Quel poco che mancava l'ha messo una fondazione bancaria.