L'assessore alla Cultura Ronchi alla vigilia dell'estate: "Anni faticosi, città innovativa e ultraconservatrice. Però la nostra politica culturale pubblica ha pagato" Nessuno è insostituibile in una giunta, l'unico insostituibile è Merola. Io credo nella sua rielezione, senza primarie e al primo turno. E lo sosterrò, in che forma non lo so ancora. Sono arrivato che la cultura a Bologna viveva solo di Estate e Capodanno. E poi la cultura ha cambiato Bologna". Contento, e combattivo. E però anche affaticato: "Abbiamo lavorato con il coltello tra i denti". Per Alberto Ronchi, assessore alla cultura della giunta Merola, senza tessera di partito, la fatica è piuttosto sorprendente. Alla presentazione di Bologna Estate ha addirittura lasciato intendere che fosse la sua ultima volta. Assessore Ronchi, sul serio, è la sua ultima Bè? A"Solo nel senso che la prossima non la presenterò io, per motivi di par condicio. Poi si vedrà". Ma qual è il suo futuro? "Ci sto pensando. Bologna ha bisogno di continuità e la continuità la dà il sindaco. Io credo nella candidatura di Merola senza primarie e nella sua rielezione al primo turno. Io lo sosterrò, devo decidere in che forma ". Lei ci crede, ma il sindaco ci crede? "Da quel che so io, sì. Ha raggiunto risultati non scontati. Anche nella cultura. Abbiamo fatto scelte, affrontato emergenze, perseguito una visione. Non viviamo più solo di Estate e Capodanno. Abbiamo persino vinto un premio Ubu. E' stato possibile perché c'era un sindaco ". Questo sindaco. "Una delle cose che apprezzo di più di Merola è che non ha atteggiamenti leaderistici. Ma in questi tempi di leaderismo spinto, può essere un problema. Per me che sono un appassionato di surrealismo, la discussione sul secondo mandato assume aspetti divertenti, sembra un film di Buñuel". Come l'ipotesi mai affermata e mai smentita della candidatura del rettore Dionigi? "No, lui non ha mai detto che è disponibile. E in ogni caso non è così rilevante, da qui alle elezioni chissà quanti nomi". E in questo anno e mezzo che rimane cosa conta di fare? "Il meglio possibile, ma, lo dico in maniera tranquilla, c'è stanchezza. E' stata una consigliatura, come si dice, molto faticosa, per tutti noi assessori, viste le difficoltà che attraversano gli enti locali e l'eredità pesante che abbiamo trovato. Abbiamo lavorato col coltello tra i denti, tra conflitti di tutti i tipi". Conflitti interni al Comune, interni al Pd, o quali? "I conflitti che fanno parte della storia della città, che da anni non aveva una politica culturale pubblica. Perciò ti scontri con una serie di abitudini, un mondo frazionato e chiuso ad ogni novità". Si riferisce ai musei? O alle resistenze incontrate anche dalla Fondazione Cineteca? "A Bologna c'è una linea di pensiero innovativa e trasversale, e una linea ultraconservatrice e altrettanto trasversale. La vicenda dei Musei è stata travagliata, ma ora Bologna ha standard europei. Perciò non si può pensare che un dirigente del Comune sia anche direttore dell'Istituzione musei. Sulla Cineteca, il dibattito politico è stato molto faticoso. Ma la trasformazione in Fondazione ha permesso di salvare il laboratorio di restauro e raggiungere una visibilità prima impensabile". Un dirigente ai Musei avrebbe permesso di preparare il bando per la nuova direzione con un altro orizzonte. "Sì, ma l'emergenza ci avrebbe portati a fare un passo indietro rispetto a un traguardo raggiunto faticosamente. L'Istituzione non è una somma di piccoli musei, è un soggetto unitario. Questo è un obiettivo da perseguire, con autorevolezza. Ha trovato applicazione nel caso di ArtCity, ma dev'essere il modo quotidiano di operare". Tra i successi lei cita l'Arena del Sole. Però la gratifica di Teatro nazionale è a doppio taglio. "I teatri nazionali avrebbero dovuto essere tre, sono diventati sette, ma il finanziamento " "