L'economia ha sanato le ferite. Ora la modena del post-sisma riscopre le sue radici con l'arte Quando non facevano una guerra, gli estensi davano una festa. Anzi, un' allegrezza : popolana e popolare, rumorosa, con fuochi artificiali e scenografie memorabili. Bernini le snobbava, ma i modenesi ne andavano pazzi e adoravano i duchi, specie quel Francesco I d'Este (1610-1658) che capì l'importanza dei circenses nell'epoca barocca. Oggi però, a Modena, i gaudenti estensi sembrano dissolti, schiacciati dal modello economico-produttivo emiliano (terra e autonomia, lamiere e aceto balsamico, coop e zampone). Il Palazzo Ducale ospita l'Accademia militare, la Galleria d'arte è stata chiusa tre anni a causa del terremoto del 2012. «Tanti ragazzi non sanno nemmeno chi era il duca!» allarga le braccia il sindaco, Gian Carlo Muzzarelli. Eppure qui le tracce di quella dinastia intraprendente e ciarliera si ritrovano proprio nel gusto della festa , intesa come spettacolo, musica (da Guccini all'Equipe 84), sensibilità artistica (Pavarotti, Freni), grandeur (la Ferrari). Di qui l'idea: riaprire la Galleria Estense, scrigno della ricca collezione dinastica, con una grande festa, le Notti Barocche. « Allegrezza , più che festa puntualizza Michelina Borsari, anima del Consorzio Festivalfilosofia, che cura il programma perché sono fatte non per pochi, bensì per la gente. È un invito a palazzo allargato». Dal 29 al 31 maggio, la città si veste di opere d'arte contemporanea (Marco Nereo Rotelli, per esempio, ha fatto una macchina per la luce in movimento), di musica e di lezioni magistrali (Irving Lavin e Marc Fumaroli). Poi, come si faceva al tempo degli Estensi, si potrà concludere la festa con una visita alla galleria. Che finalmente riapre e diventa un cardine intorno al quale la città si vuole stringere. «Il sisma dice il sindaco ci ha insegnato tanto. Oggi le imprese fanno squadra: si pensi al Discover Ferrari Pavarotti Land , un circuito che unisce le bellezze del territorio all'economia produttiva, sostenuto dai privati. I consorzi si sono rafforzati e i distretti sono usciti dalla crisi (l'export del Biomedicale, il distretto più forte della Bassa modenese, è cresciuto del 9,7 nel 2014, ndr ) grazie anche a un meccanismo di reciproco sostegno». Se l'economia ha sconfitto le ferite del terremoto, quello che si avverte sotto il bellissimo duomo spolverato di rosa-tramonto, è una grande voglia di radici. Di unità. Per esempio, aziende e privati hanno contribuito ai restauri della Galleria e al nuovo allestimento curato dall'ex Soprintendenza. Stefano Casciu, uno degli storici dell'arte che ha ridisegnato lo scrigno , fa strada nel palazzo: «Nel nuovo progetto non ci sarà solo la collezione dinastica ma avranno casa anche opere che decoravano il castello di Ferrara, come lo Spinario , o i primitivi toscani. Si ricostruiscono il collezionismo e il mecenatismo dei signori». Ci sono il busto di Francesco I del Bernini e il ritratto del duca firmato da Velázquez (non tutti sanno che era solo una prova , un preludio a un grande dipinto a cavallo che non fu mai eseguito perché nel frattempo estensi e spagnoli erano diventati nemici). Ogni opera è un tassello di storia della città. L'imponente Crocifisso di Guido Reni (1636) nacque come ornamento di un piccolo oratorio privato, ma poi il duca Ercole III d'Este lo fece requisire. Venere, Marte e Amore (1633) commissionato a Guercino da Francesco I, è un'opera quasi interattiva: se la guardi ti sembra che Cupido stia per colpirti con il dardo, dunque è un votarsi all'amore. Ci sono le opere che Francesco I acquisì per rimediare al depauperamento delle collezioni causato dalla vendita di capolavori all'Elettore di Sassonia. Ci sono i Correggio, gli addentellati toscani (bellissimo il Compianto di Michele da Firenze, del 1443) o romani, strumenti musicali dai preziosi intarsi c'è anche la famosa Arpa Estense del 1558 che era riprodotta sulle vecchie mille lire. Lo spirito della città: ottimismo e istinto per le cose irriproducibili (come il cotechino o Vasco Rossi), capacità di riscosse collettive e dinamismo, visionarietà ce ne vuole per trasformare un festival di Filosofia in una kermesse che richiama migliaia di persone. Gli Estensi rivivono. Per fortuna, nella festa, non nelle guerre.