La Procura valuta l'apertura di un fascicolo, organizzatori pronti al ricorso. L'Istituto d'arte di Reykyavik contro il Comune: «Ha scelto di seguire la paura irrazionale» VENEZIA. Un cartello all'ingresso che «ringrazia» ironicamente il Comune di Venezia e le porte sprangate. La «moschea» di Venezia è stata chiusa. Intorno alle 11 di ieri mattina quattro vigili in borghese si sono presentati a chiedere conto della mancata esecuzione del provvedimento di chiusura già notificato giovedì via posta certificata. Il provvedimento della Prefettura deciso mercoledì nel Cosp (il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica) era infatti da considerarsi attivo con effetto immediato. Durissima la reazione dell'Islanda che attraverso Icelandic art center accusa la Biennale di non aver supportato gli organizzatori e l'artista e il Comune di «pregiudizio e paura irrazionale». La chiesa di Santa Maria della Misericordia, dove Christoph Büchel, l'artista svizzero islandese aveva ricreato una moschea, avrebbe dovuto chiudere i battenti già giovedì. Gli organizzatori, però, hanno detto di non aver ricevuto comunicazioni. E intorno alle 10.30-11 i vigili urbani sono entrati nel padiglione, trovando l'imam islandese in preghiera e quasi nessun fedele. La preghiera del venerdì più seguita, infatti è prevista per le 13 ed è per questo che il sopralluogo è stato anticipato. Quello di ieri mattina non è che l'ultimo passaggio di una vicenda complessa, che ha visto pochi giorni fa anche la consegna delle carte alla Procura che potrebbe aprire un'inchiesta sulla vicenda. La polizia municipale ha infatti depositato un'informativa, che è già sul tavolo del procuratore aggiunto Adelchi D'Ippolito, che coordina il pool che persegue i reati edilizi e che sta valutando la vicenda. I vigili avevano infatti riscontrato alcune irregolarità nelle autorizzazioni. Gli organizzatori sembrano però decisi a fare ricorso al Tar nei 60 giorni previsti. «E' ridicolo, - dice Zaccaria Mattei, project manager dell'Iceland center - ci hanno detto che all'inaugurazione c'erano più persone di quelle ammesse negli spazi. Ma se così fosse, se fosse questo veramente il problema dovrebbero chiudere tutti i padiglioni della Biennale. In quale di questi il limite è stato rispettato nei giorni delle inaugurazioni?». La decisione della chiusura del padiglione islandese (che ieri ha fatto esultare Sebastiano Costalonga, candidato consigliere di Fratelli d'Italia), è arrivata infatti per il mancato rispetto delle prescrizioni e degli accordi presi con il Comune nella Scia (segnalazione certificata di inizio attività) presentata dall'artista il 27 aprile: dal divieto di utilizzo dello spazio interno dell'ex chiesa per finalità diverse da quelle di una mostra espositiva al divieto di trasformare il padiglione in un luogo di culto passando per le modalità di ingresso del pubblico (non potevano esserci imposizioni per togliere le scarpe e mettere il velo) e la violazione delle norme sulla sicurezza dei luoghi. Il ricorso al Tar ci sarà sicuramente. Il giudizio dell'Islanda su quanto sta accadendo a Venezia è di fuoco. In una dichiarazione ufficiale del presidente dell'Icelandic art center, committente del padiglione islandese della Biennale, emanazione del ministero dell'educazione, della scienza e della cultura di Islanda (che ha fatto sapere di non voler intervenire lasciando parlare l'Icelandic art center, rappresentativo dell'Islanda) si legge: «Per mesi il curatore ha soddisfatto ogni richiesta del Comune risolvendo ogni ostacolo che è stato presentato dicono nello statement ufficiale col risultato che il Comune ha posto nuovi ostacoli e presentato nuove obiezioni come se il padiglione non fosse un padiglione ufficiale invitato dalla Biennale. La cosa più grave, però, è che nemmeno la Biennale di Venezia ha supportato il progetto artistico, cosa che ci si sarebbe aspettati da un'organizzazione di tale importanza per l'arte contemporanea. Pensiamo che il tema proposto dal padiglione sia molto importante, in particolare in relazione con la tematica proposta dalla Biennale di Venezia, «All the world's futures». Quello che è accaduto dipinge uno scenario terribile. Le autorità veneziane hanno deciso di chiudere un'installazione d'arte, scegliendo di seguire il pregiudizio e la paura irrazionale».