Dopo diciotto mesi di stop, i lavori nel cantiere più contestato della città, potrebbero riprendere. Due giorni fa l'amministrazione comunale ha infatti rilasciato il permesso a costruire per il Crescent, dopo aver chiuso un farraginoso iter con la Soprintendenza, ed aver adeguato il progetto originario alle prescrizioni imposte dall'ex timoniere dell'ente di via Tasso, Gennaro Miccio. Intascato il via libera, la società dei fratelli Elio ed Eugenio Rainone, presenterà l'istanza di dissequestro ai giudici della seconda sezione penale del tribunale che stanno facendo le pulci alla mezzaluna di Bofill nell'ambito di un'inchiesta nella quale sono imputati l'ex sindaco Vincenzo De Luca ed altre ventuno persone tra tecnici, funzionari e componenti della giunta (martedì si terrà la prossima udienza). Con la sola concessione edilizia comunale, è bene precisarlo, gli operai della Crescent srl non potranno tornare al lavoro per ultimare il megacondominio sul mare: per farlo è necessario che la Procura dia l'assenso alla rimozione dei sigilli che furono posti nel novembre del 2013. Una scelta difficile, soprattutto perchè tra i reati ipotizzati dagli inquirenti, c'è anche quello di lottizzazione abusiva. La Crescent srl giocherà in ogni caso le sue carte, chiedendo alla Procura la rimozione dei sigilli che, è facile immaginare, saranno invece difesi a spada tratta da Italia Nostra e dal comitato del no. Nei mesi scorsi gli ambientalisti salernitani, sostenuti dagli avvocati Oreste Agosto e Pierluigi Morena, impugnarono tutti gli atti, sia in sede amministrativa che penale, affinchè l'iter autorizzativo concertato tra Comune e Soprintendenza venisse ritenuto nullo, poichè manchevole di qualsiasi render o scheda di progettazione descrittiva di un intervento tanto complesso quanto criticato. E nulle sarebbero, per i contestatori del Crescent, le autorizzazioni paesaggistiche (la numero 88 e l'89 del 6 novembre) attraverso le quali il Comune ha individuato come superare le prescrizioni che pesavano sul completamento dell'opera. Acclarata la necessità di stralciare dal progetto originario l'edificio Trapezio e le due Torri (una delle quali avrebbe dovuto ospitare la nuova sede dell'Autorità portuale che dopo il niet di Miccio ha presentato un ricorso che sarà discusso a luglio) la nuova soprintendente Francesca Casule sembra aver sciolto anche i dubbi del suo predecessore in merito alle altezze da limare, affinchè la mezzaluna non svettasse oltre l'edificio di Palazzo di Città. Prima di lasciare gli uffici di via Tasso, Miccio aveva infatti scritto al Comune, chiedendo il rinvio delle perizie altimetriche perchè i suoi calcoli non collimavano con quelli dell'amministrazione. Risolvere il "caso" non è stato complesso, visto che tutta la partita - per quanto surreale appaia - si giocava su 33 centimetri. A tanto ammonta, secondo gli uffici di Palazzo di Città, la quota della mezzaluna di Bofill da demolire per far sì che Crescent e Comune abbiano la stessa altezza. A farne le spese sarà dunque solo un frontone della terrazzata, ridimensionato di circa un terzo di metro. Una limatura ridicola, secondo Italia nostra e il Comitato del No, che si sono rivolti persino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo di intervenire «per affermare il rispetto di principi di legalità e il superiore interesse alla pubblica incolumità rispetto all'opera, in parte già realizzata». Gli ambientalisti denunciarono anche «il rischio di una prosecuzione dei lavori» ed ora potrebbero impugnare pure la nuova autorizzazione a costruire rilasciata dall'amministrazione.