Che sia già ricominciato il tiro al Bemabè? Benché sia stato nominato dal ministro Giuliano Urbani appena un anno fa, il proteiforme manager di Vipiteno continua a dare qualche dispiacere al centrodestra. Non piace proprio la sua idea yé-ye della Biennale. Quando si insediò a Ca' Giusnnian, il 21 marzo scorso, spiegò: «Sogno una Biennale di ricerca e sperimentazione, su linguaggi potenzialmente di massa». Cioè «audace, coraggiosa, brillante, non ingessata sul piano organizzativo». Salvo Vittorio Sgarbi, all'epoca sottosegretario ai Beni culturali e nemico giurato di Bernabè per aver egli bocciato l'ipotesi Robert Hughes, dalla Casa delle libertà giunse un applauso di incoraggiamento. In fondo era stato un ministro di Berlusconi a pescarlo nel mazzo dei possibili candidati, rimuovendo senza tanti complimenti il predecessore Paola Baratta, in quota centrosinistra Ma poi, ancor prona che il neopresidente mettesse mano con piglio decisionista alla riforma dell'istituzione, i malumori vennero a gaffa. Figurarsi nei mesi successivi, quando le prime scelte compiute da Bernabè (la Mostra del cinema affidata alto «straniero» Moritz de Hadeln, la rotazione annuale dei direttori per le sezioni Musica, Teatro e Danza, la nomina di Francesco Boriami a responsabile delle Arti visive) furono sistematicamente e pubblicamente avversate dal consigliere Valerio Riva, ufficialmente designato dalla Regione, in realtà suggerito dal ministro. Proprio Riva, il fumantino ex giornalista dell'Egresso, ha ripreso martedì scorso, dalle colonne del Giornale, a sparare ad alzo zero contro quella Biennale che pure contribuisce ad amministrare. Lo spunto era nuovamente fornito dal profilo professionale di Sonanti, che 3 giorno prima aveva presentato a Roma la sua Biennale-Arte, intitolata fantasiosamente Sogni e conflitti. La dittatura dello spettatore. Ma l'obiettivo vero, al di là delle scontate ironie sul pedigree del critico fiorentino, resta Bernabè: «Non sono i soldi, pochi o tanti, che latitano. Latitano i criteri per spenderli bene. Da un anno a questa parte, mangiandomi il fegato, cerco di attirare su questa anomalia l'attenzione del governo, dei ministri, degli intellettuali italiani». Non passano neanche 24 ore e Sgarbi, sempre sul Giornale, sferra un feroce attacco alla filosofia dell'Esposizione pensata dal «neo-talebano» (per via del simil-padiglione dedicato agli artisti arabi) Bonami «Artisti pochi, politica molta» recita il titolo, e giù critiche al vetriolo che culminano nell'annotazione sarcastica: «Me lo Immagino il presidente Berlusconi, mano nella mano con la moglie Veronica, passeggiare per le Corderie con l'aria incredula, vedendo la prima Biennale del suo governo così come l'ha determinata il presidente Bernabè scegliendo un direttore che ha per gli artisti la stessa considerazione che hanno gli astemi per il vino». Berhisconi, magari, ha altro a cui pensare. Ma il suo nome non sembra speso a caso. Era stato proprio Sgarbi, nel maggio scorso, a dichiarare: «Bernabè dice che resterà alla guida della Biennale finché sarà gradito al governo? Per quel che mi riguarda non è gradito affatto. Urbani non si pronuncia più, avendo commesso l'errore di nominarlo. La verità è che non possiamo dimetterlo. E così sta B, come una scheggia impazzita». Nel frattempo è stato Sgarbi a essere «dimesso», ma le cose non risultano migliorate. Il discusso film collettivo sull'11 settembre e la vittoria di Magdatene alla Mostra di Venezia hanno rinfocolato i sospetti del centrodestra, molto sensibile ai temi in bilico tra politica, cultura e religione. E il controverso spazio ora dedicato dalla Biennale-Arte «all'identità palestinese» rischia di innescare nuovi mal di pancia. A questo punto, mentre l'Unità elogia l'autonomia di Bernabè, il quesito che ci si pone destra è il seguente: come interpretare il silenzio di Urbani? A proposito della Biennale, c'è chi l'ha sentito spendere l'aggettivo «incontrollabile». Vai a sapere se si riferiva al consigliere Riva o al presidente Bernabè. Urge precisazione.