Visita in anteprima Dall'8 giugno il vernissage della Biennale di arti visive che apre al pubblico dal 12 giugno. Ippopotami di fango, pappagalli di metallo, dipinti di Bacon o della Dumas sfilano nelle due mostre allestite da Rosa Martinez e Maria de Corral Venezia - Un ippopotamo a grandezza naturale modellato con il fango della laguna, un raffinato lampadario di stile ottocentesco che prende forma grazie a un numero infinito di assorbenti, un pavimento che è iridescente per i veli di mille cipolle, un corridoio che diventa profumato per le pareti coperte con bustine di tè, una finta perlacea astronave, scale che volano verso l'infinito, coloratissimi pappagalli ma che non sono altro che cabine telefoniche e fantastiche gigantografie. Ma anche splendidi dipinti di Francis Bacon, Antoni Tàpies, Philip Guston, Agnes Martin o Marlene Dumas... E' un universo di rossi e di gialli, di bianchi e di azzurri, di immagini shoccanti e di richiami a un amore da new age, l'amore nel nuovo millennio, una sfilata con sesso e corpo, brutalità e felicità. E' tutto questo la cinquantunesima Biennale di arti visive di Venezia, centodieci anni di vita che l'istituzione ha festeggiato affidando questa edizione a due donne, Maria de Corral e Rosa Martinez, entrambe d'origine spagnola, buone amiche ma, si potrebbe dire, separate in casa. Ai Giardini di Castello e all'Arsenale ci sono due mostre internazionali per una sola Biennale: L'esperienza dell'arte nelle sale del Padiglione Italia, curata dalla de Corral, e Sempre un po' più lontano, alle Corderie della Martinez. Sono due esposizioni assai diverse tra loro, che non lasciano spazio a movimenti come la Transavanguardia o l'Arte Povera, che non interagiscono, non formano un tutto unico anche per una scelta strategica delle due direttrici. Ammette Maria de Corral: "Tra noi non c'è stato un coordinamento. C'è stato uno scambio sui nomi degli artisti per non creare delle ripetizioni ma ognuna ha seguito la sua strada". Ovviamente ci sono delle affinità: la costante forte presenza femminile (su 91 artisti invitati 38 sono donne, ma nessuna meraviglia era già accaduto), temi come l'amore e il corpo, il ritorno della grande pittura (in realtà mai scomparsa) anche nei settanta padiglioni stranieri, Cina compresa, e nelle mostre collaterali: c'è Pollock alla Guggenheim e Lucian Freud al Correr. Duplice Biennale colorata di rosa dunque che pare destinata a piacere molto a un certo tipo di critica e a un certo tipo di pubblico, come sempre attraversata da problemi finanziari e da polemiche. La prima è causata dalla mancata partecipazione italiana. La Biennale è stata invasa da una valanga di firme di protesta. Il presidente David Croff ha risposto nominando Ida Giannelli, che guida il museo d'arte contemporanea Castello di Rivoli, curatore del Padiglione italiano. Ma sarà pronto dalla prossima edizione, quella del 2007, già affidata all'americano Robert Storr. In questo 2005 il compito di rappresentare l'Italia è affidato a una manciata di artisti sparsi nelle due mostre. Per caso, o per fortuna, l'8, il 9 e il 10 giugno gli invitati al vernissage e dal 12 giugno al 6 novembre i visitatori saranno accolti all'ingresso dei Giardini da Minimal romantik - un cubo di mattoni di cemento che saranno scolpiti con un paesaggio di Caspar David Friedrich - opera di un'italiana, Monica Bonvicini, che è alle soglie dei quarant'anni, vive e lavora a Berlino ma è di origini veneziane. Ed è veneziano Fabrizio Plessi, che ha piazzato nelle acque antistanti la riva dei Partigiani, palificando il fondo del mare, quello che l'artista definisce un totem: il Mare verticale, acqua elettronica con i led inseriti in una costruzione che somiglia a una barca o a una vela, ed è alta 44 metri. Il contraltare è un'installazione-padiglione albanese di Sislej Xhafa. Quasi trenta metri di candido materiale per rappresentare un "capirote", uno di quei cappucci usati a Siviglia durante la settimana santa (ma anche dai razzisti del Ku Klux Khan). Lungo il viale s'incontrano poi le sculture di Juan Muñoz, un'installazione di Dan Graham e le scritte di Barbara Kruger, il Leone d'oro alla carriera, una sorta di tatuaggio murale che riempie la facciata del Padiglione Italia. Qui comincia la mostra L'esperienza dell'arte, è questo il regno di Maria de Corral. Con aria volitiva e decisionista spiega di aver portato a termine la selezione degli artisti da invitare soltanto dopo aver ben visto e studiato gli spazi del Padiglione Italia che per quest'occasione sono stati ridisegnati e ridipinti di chiaro. Ora ospitano dipinti e sculture che la de Corral definisce "atemporali". Ecco dunque l'ingresso con un altro intervento della Bonvicini (un trapano appeso con un lampadario), si attraversa il pavimento di Maider López che precede il grande salone centrale che ha nel mezzo una scala in gesso alta quasi sette metri di Rachel Whiteread, un volo verso l'infinito che è "retto" alle pareti da una sequenza fotografica di Thomas Ruff, un intervento che ha per tema i grattacieli dove l'artista ha usato nella lavorazione dell'immagine tutte le possibilità che offrono l'ingrandimento dei pixel. Il risultato è spettacolare così come sono spettacolari cinque sale allineate sulla destra ognuna delle quali offre cinque opere di altrettanti maestri scomparsi o viventi: Thomas Schütte, Francis Bacon, Philip Guston, Marlene Dumas e Antoni Tàpies. Ma del grande labirinto museale (troppo museale?) creato da Maria de Corral non bisogna saltare gli ultimi dipinti di Agnes Martin a confronto con quelli del pittore, da noi assai poco noto, Juan Hernandez Pijuan, senza dimenticare William Kentridge, Jenny Holzer o Bruce Nauman che quasi fanno sparire giovani speranzosi come Tacita Dean o Francesco Vezzoli, che presenta un video-trailer sulle orme del Caligola di Tinto Brass. E' a questo punto che si arriva all'Arsenale, alle Corderie nel labirinto delle meraviglie di Rosa Martinez, quarantanove artisti presentati sotto il titolo Sempre un po' più lontano, ispirato a una delle avventure di Corto Maltese, personaggio creato dal veneziano Hugo Pratt. E' una mostra, dice la Martinez, segnata "dalla continuità e dalla rottura" con il passato: "Rottura per il numero degli artisti e l'equilibrio tra uomini e donne, continuità perché ho inteso proseguire sulla strada tracciata da Harald Szeemann, sull'idea di confronto e incontro tra le diverse tradizioni". Con una visione comunque femminile e femminista perché anche se vale il concetto di "uguaglianza" non bisogna dimenticare "una differente visione. E noi donne non siamo uguali a voi uomini". E così dopo essere stati salutati da un'installazione sonora di Santiago Serra (una voce che ripete norme e divieti della Biennale) ecco lo spazio delle Corderie, architettonicamente inalterato, con le Guerrilla Girls e il lampadario realizzato usando gli Ob, gli assorbenti interni per le mestruazioni, i dipinti della cantante turca Semiha Berksoy, morta lo scorso anno e che l'Occidente deve ancora scoprire, la Perla a piombo, opera iperminimale di Bruna Esposito (dimensioni uno spillo, la più piccola mai esposta alla Biennale), il video della palestinese Emily Jacir che dimostra quanto siano uguali le periferie di Ramallah e New York, l'ippopotamo di Jennifer Allora Guillermo Calzadilla. E' un lungo viaggio nel quale si incontrano i travestimenti di Leigh Bowery, la drag queen che è stato uno dei modelli preferiti da Lucian Freud (e il suo ritratto è al Correr), il video della guatemalteca Regina José Calindo (immagini di un'imenoplastica, operazione di ricostruzione della verginità), una scultura di Mona Hatoum, che riflette sull'eternità, l'Ufo di Mariko Mori, Micol Assael che fa declamare brani dell'Apocalisse a un presunto Lord Enzo, mentre sul fondo dominano le sculture di Louise Bourgeois, mormorio dell'acqua e due spirali che interrogano lo spettatore sulle proprie paure: "La spirale è un tentativo di controllare il caos. Ha due direzioni. Dove poni te stesso, sul lato o nel centro del vortice?". Ma senza dimenticare l'amore. Fuori dalle Corderie l'egiziana Ghada Amer ha costruito un giardino con tanto di rospi che metaforicamente richiamano il Principe Azzurro. Accanto a lei la brasiliana Laura Belem ha realizzato un'installazione di due barche innamorate e l'altra brasiliana, Valeska Soares, un video che racconta l'amore tra due danzatori di tango. Il finale sembra ricalcare i messaggi di un tempo lontano, i Beatles: "All you need is love". Bisogno eterno. Al di là del successo o dell'insuccesso della Biennale e dei tre tomi della Marsilio, il catalogo, che bisogna leggere per capirlo. (6 giugno 2005)