Il libro di Francesco Giambrone (con Alexander Brunner), Politiche per la cultura in Europa. Modelli di governance a confronto (ed. Franco Angeli), è un buon richiamo al confronto con le esperienze altrui come indispensabile di ogni seria politica. Noi ne notiamo qui solo ciò che riguarda i ministeri della cultura nei Paesi considerati: Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. Non sorprende che i primi tre manifestino la tendenza all'intervento pubblico diretto, il quarto a quello indiretto. Ora è discutibile se dell'intervento diretto possa essere preso come canone l'istituzione di un ministero per la cultura. La tendenza all'intervento diretto si è manifestata, comunque, per ragioni diverse e in tempi diversi: 1959 in Francia, 1975 in Italia, 1998 in Germania. In Francia il ministero, nel solco di una robusta tradizione centralistica, volle andare incontro alla crescente domanda culturale nella società di massa e, insieme, del benessere dalla metà del '900 in poi. Lo stesso si può dire per l'Italia. In Germania, invece, la tardiva istituzione del ministero fu dovuta prima a una reazione al centralismo nazista, per cui si puntò sui singoli Laender come soggetti di competenze e politiche culturali. In seguito, si badò alla necessità di impedire che nei Laender orientali le attività culturali, tutte centralizzate nel regime comunista, venissero meno, dopo l'unificazione del paese nel 1989, nel sistema decentralizzato della Germania Occidentale. In Gran Bretagna, infine, il ministero nacque nel 1992 (credo) anche per un parallelismo istituzionale coi paesi continentali dopo l'entrata di Londra nell'Unione europea ma non mutò l'indirizzo decentrato della politica britannica. Quanto alle politiche ministeriali, le diversità sono anche maggiori. La Francia è passata dal modello di André Malraux (tutela del patrimonio culturale e democratizzazione dell'alta cultura) a quello di Jack Lang negli scorsi anni '80 (piena popolarizzazione della cultura, inclusi campi e attività prima disdegnati) e, infine, al criterio, soprattutto, di tutelare e valorizzare i beni culturali. A Londra la cultura appare un fattore di integrazione sociale e di dialogo fra culture diverse; e così anche in Germania. Per l'Italia Giambrone vede prevalere la tutela sulla valorizzazione, e una preferenza per la musica, e in specie la lirica, nel campo dello spettacolo. Non saprei dire se sia proprio così, ma certo vale ciò che egli rileva sulle Regioni, sul divario anche in questo campo fra Nord e Sud e su varii eccessi di sistema nella politica culturale italiana (a parte l'esiguità delle risorse. Certo si rimane stupiti (e invidiosi!) a leggere che in Germania vi sono 130 teatri pubblici, per lo più municipali, e spesso con compagnie stabili, per un costo complessivo, fra centro e periferie, di 2,2 milioni di euro. Nel complesso è chiaro che, se a un certo punto tutti istituiscono ministeri culturali, vuol dire che di un organo centrale in questo campo, in qualsiasi senso indirizzato, non è facile fare a meno. E, se un ministero dev'esserci, è anche opportuno che abbia possibilità e mezzi di intervento adeguati ai suoi compiti, e un suo consistente e chiaro ruolo rispetto alle competenze di altri poteri (regioni, comuni eccetera, nonché altri ministeri e sedi di governo). Dubitarne o riluttarvi non ha senso. Poi certo questo non basta, e ci vogliono finalità e strategie congruenti con la dimensione e la natura dei problemi, anche se non necessariamente in base a un solo modello di politica culturale. La diversità, che è propria della cultura, dev'esserlo anche delle politiche culturali, quando non siano improvvisate ed estemporanee, ma frutto di una riflessione specifica e ininterrotta.