AL SOLE , interamente coperta di foglia d'oro, la "casa infestata" Haunted House l'ha ribattezzata Rem Koolhaas luccica. Dentro al palazzo ci sono già le installazioni di Louise Bourgeois e di Robert Gober. Subito accanto, il "podium" delle mostre temporanee fa da contrasto argentato con la facciata e gli interni rivestiti in schiuma di alluminio: per realizzarla, il materiale viene prima fatto esplodere. Di fronte, il bar disegnato dal regista Wes Anderson è puro design anni Cinquanta con tanto di autocitazioni cinefile: vedi il flipper dedicato a Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Il cinema, quello vero, sarà inaugurato da un documentario con Roman Polanski che racconta le passioni e i film che ha "copiato". Poco distanti, due grandi depositi, non toccati da restauro, sono ormai una galleria di opere d'arte: Man Ray, Klein, Fontana, Pistoletto, Pascali, Paolini, uno studiolo di legno intarsiato del Quattrocento. Fogli e cartoncini segnano sulle pareti dove inchiodare i Lichtenstein, Richter, Schifano, Stella, Koons. In un sotterraneo si scopre la sala ginecologica-acquario di Damien Hirst. Al lato estremo del cantiere, in fondo, una gru sta innalzando la torre più alta, pronta per il 2016. Benvenuti alla nuova Fondazione Prada. L'opera faraonica, la Xanadu di Miuccia e Patrizio Bertelli, 19 mila metri quadrati di superficie, sta aprendo qui, a Milano, non lontano da Porta Romana. Dal 4 maggio l'anteprima; dal 9 ingresso aperto al pubblico. Dove c'era una distilleria di inizio Novecento adesso c'è il progetto di Rem Koolhaas e dello studio Orma, che mette insieme vecchio e nuovo, oro e argento. Verticale e orizzontale. Cinquanta milioni di euro solo per le costruzioni ex novo. Ma la cifra investita negli anni è molto più alta e segreta. Alla fine dei Novanta, il brand leader della moda ha acquistato questa parte di zona industriale a Milano sud. Nei capannoni di fronte alla nuova Fondazione, ci sono gli uffici della maison, la mensa, la biblioteca che documenta un'attività espositiva lunga dal 1993 a oggi e che comprende, dal 2011, la sede veneziana di Ca' Corner. Adesso però si alza il tiro. Le collezioni passano e le mostre pure; Pradaland con tutta la sua imponenza al cantiere hanno lavorato in contemporanea anche 570 operai è destinata a restare. «È una follia dice Patrizio Bertelli Siamo entrati dentro il tunnel della cultura: un tunnel complesso da attraversare, se fatto seriamente. Dovrebbe essere una prerogativa del pubblico, non dei privati. Quello che ha comandato è la passione e un po' di irrazionale. Non un'analisi di bilancino costi-risparmi. Ora il problema sarà come gestire tutto questo». Di sicuro l'operazione andrà ad alimentare la comunicazione intorno a un marchio che, ormai, più che un prodotto, vende un immaginario: il diavolo veste Prada e l'arte fa lo stesso. «Ma non abbiamo mai confuso i due piani. Non abbiamo mai fatto una mostra durante una sfilata o coinvolto un artista nelle collezioni come poi è accaduto per altri. Il rapporto tra l'arte e i privati è antico. Non capisco le polemiche. Nel Cinquecento, a Firenze, il signor Doni era un banchiere e voleva un'opera di Michelangelo per dimostrare di essere il più ricco di tutti: ecco, voilà, il Tondo Doni. Gli artisti sono sempre stati contesi dalle corti e poi dalla borghesia illuminata. A quella aristocrazia si è sostituita la moda, ma anche l'imprenditoria. Si avverte l'esigenza di collegare un nome, un brand, con qualcosa che lasci il segno nel tempo. La differenza è che oggi il mondo dell'arte è aperto a molte più persone. Fare una fondazione come abbiamo fatto noi, tutta a nostre spese, compresa l'aria, significa anche donare qualcosa al pubblico». I musei statali evidentemente non bastano. «In Italia, la cultura non è uno strumento sufficiente per giustificare l'impegno della politica risponde Bertelli La politica non si occupa dell'arte. Altrimenti anche la gestione dei musei sarebbe diversa. Più che pensare alle insufficienze dei musei, mi chiedo come mai agli imprenditori italiani non venga in mente di sponsorizzarli così, a fondo perduto ». Miuccia Prada e Patrizio Bertelli hanno iniziato a collezionare arte negli anni Ottanta. «L'abbiamo sempre fatto da soli, senza consigli spiega lui Di volta, in volta, compravamo a seconda delle possibilità del tempo. Non abbiamo mai venduto un'opera. Siamo legati a tutte, anche a quelle più piccole: ai quadri di Cavalieri, postimpressionista in esilio a Parigi negli anni Venti; ai Carciofi di Capogrossi. Quando riguardo la collezione, vedo le tappe di un percorso di conoscenza». Negli appartamenti, nei depositi, in fondazione, in fabbrica, negli uffici: la collezione Prada è raccolta in tanti spazi. Le opere più impegnative da trasportare sono in Toscana, dentro a un magazzino. Il numero è "significativo", per usare l'aggettivo della project director Astrid Welter. Adesso, con la nuova Fondazione, molte opere saranno esposte. «Ma non so quanto ci piaccia l'idea di allestire una collezione permanente precisa Bertelli Pensiamo più a una rotazione, a organizzare mostre, scegliendo ogni volta dei filoni a discrezione di un curatore. La diffidenza di critici e studiosi? Appartiene al passato ». Mettere insieme i nomi di Miuccia Prada e Salvatore Settis un tempo sarebbe apparso fantascienza. E, invece, l'archeologo ex rettore della Normale di Pisa è anche il curatore della prima mostra della nuova Fondazione Prada: Serial Classic (con Anna Anguissola) e di Portable Classic a Ca' Corner (con Davide Gasparotto). «Neanche io pensavo di essere qui racconta È iniziato tutto con una telefonata di Miuccia Prada, mediata da Germano Celant, due anni fa. Lei mi ha chiesto di realizzare una mostra di arte classica. Io non volevo chiamare artisti a lavorare sul classico, lo fanno già da soli. Tanto meno mi andava di accostare Vezzoli o Koons alle opere antiche: è accaduto diecimila volte. Ho pensato allora di scegliere un tema che avesse una risonanza con la contemporaneità: raccontare il concetto di serialità come una prerogativa della classicità non era così scontato. La riproducibilità non nasce con il Novecento: in antico l'originale di una scultura esisteva per essere moltiplicato ». Qui a Milano una sessantina di opere stanno arrivando da Louvre, Uffizi, Vaticani, British, Ermitage. Veneri, discoboli, satiri. Ottanta sbarcheranno a Venezia. Copie in serie replicate identiche attraverso i secoli. «Per i prestiti ho avuto il 90 per cento dei sì. Di solito i musei si prestano le opere tra di loro. In questo caso non avevamo da dare nulla in cambio: ha vinto il progetto». Una Penelope trovata negli scavi di Persepoli esce per la prima volta da Teheran. La copia di un Bronzo di Riace è stata realizzata apposta per la mostra da Vinzenz e Ulrike Brinkmann partendo da una stampante 3D. L'allestimento, con il travertino iraniano che fa da pavimentazione e da base per le sculture, è a cura di Koolhaas e di Orma. «Koolhaas sapeva che avevo scritto due articoli contro di lui su Repubblica per il progetto al Fondaco dei Tedeschi di Venezia precisa Settis Ne abbiamo parlato sorridendo, lo ammiro molto. Non c'è stato bisogno di litigare. Sì, una mostra del genere si poteva realizzare anche in un museo pubblico. Ma a me interessa il risultato: argomentare una tesi, facendo parlare le opere attraverso la loro qualità e la tessitura di un discorso. Qui ci sono riuscito. È stata un'occasione che ho colto al volo». Anche Venere, ora, veste Prada.