Oggi non farò lezione su Caravaggio ai miei studenti dell'università di Napoli: peccato, avrei parlato della Canestra di frutta, una delle mie opere preferite. Ma per provare a poter fare ancora molte lezioni su Caravaggio, oggi non si deve fare lezione. Oggi la scuola italiana dice con una sola voce che la buonascuola non è una buona scuola. Ed è pazzesco che l'università faccia come se niente fosse: come se domani non toccasse alla buona università, come se l'amputazione di un braccio non riguardasse l'altro, come se la ministra Giannini (fino a ieri rettore di una università italiana) e il presidente del consiglio Matteo Renzi non stessero segando anche il ramo su cui da anni, e in parte per propria colpa agonizza l'università. I miei figli hanno portato a casa una lettera in cui i loro insegnanti spiegano lo sciopero ai genitori. Per fortuna almeno una sigla sindacale universitaria ha condiviso quelle ragioni: mi sarei vergognato a entrare in aula, stamani. Ci voleva un governo (sostanzialmente) monocolore Pd per imporre una scuola autoritaria, aziendalistica, classista: l'anticamera della fine della scuola pubblica. E come «tutte le famiglie felici si somigliano e ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo», così ciascuno può trovare una ragione tutta sua per giudicare sbagliata una riforma sbagliata. A quelle che più occupano il discorso pubblico, a quelle su cui lo stesso governo sembra star facendo un'almeno parziale marcia indietro, ho provato, qualche giorno fa su "Repubblica", ad aggiungerne una: la rimozione della storia dell'arte dalla scuola. Smentendo gli annunci dei ministri Giannini e Franceschini, gli italiani del futuro non studieranno storia dell'arte, ma avranno un vago e facoltativo incontro con la «bellezza» e la «creatività». Un'infarinatura buona per «formare giovani capaci di ripartire dal Made in Italy», e di «valorizzare le nostre meraviglie artistiche all'interno dell'offerta turistica, anche scegliendo strade imprenditoriali» (così il documento del governo sulla Buona Scuola). Non è un caso: è la traduzione in programma di governo della personale avversione di Matteo Renzi alla dimensione storica. Nel suo memorabile libro del 2012 Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, l'allora sindaco di Firenze scriveva che la bellezza serve ad emozionare, e se la bellezza «è morta non è bellezza, al massimo può essere storia dell'arte, ma non suscita emozione». Io e Renzi abbiamo studiato nello stesso liceo fiorentino. Ma abbiamo un'idea radicalmente diversa della storia, e della storia dell'arte. Che non è un luna park, o una play station per emozioni artificiali. La storia dell'arte è «una lingua viva che gli italiani devono parlare fin da bambini se vogliono aver coscienza della propria nazione» (R. Longhi). Grazie all'impegno dell'Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell'Arte e alla sensibilità di qualche parlamentare, c'è forse qualche timido segnale di ripensamento: è dunque il momento di combattere con più forza. La conoscenza della storia è l'antidoto più potente contro le menzogne dello storytelling e della politica populista. «Nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, che verogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d'insegnamento». Lo scriveva Marc Bloch nel 1944: oggi è ancora terribilmente attuale.
Una ragione in più per scioperare contro la 'buonascuola'
Oggi non si fa lezione su Caravaggio a causa dello sciopero degli insegnanti universitari. La scuola italiana ha deciso di eliminare la storia dell'arte dalla scuola, sostituendola con un vago incontro con la bellezza e la creatività. Questa decisione è stata criticata da molti, tra cui l'autore, che sostiene che la storia dell'arte è una lingua viva che gli italiani devono parlare fin da bambini per avere coscienza della propria nazione. L'autore critica il governo per aver eliminato la storia dell'arte dalla scuola, considerandola un'antidoto importante contro le menzogne della politica populista.
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