Spalti e muri devastati dalle erbacce, poco più di 50 mila spettatori all'anno. È l'agonia dell'Arena di Capua, il più grande stadio del mondo romano dopo il Colosseo. A.A.A. Cercansi spericolati arrampicatori free climbing per impresa temeraria: scalare gli spalti più impervi dell'Arena di Capua per togliere arbusti e alberelli che li stanno devastando. C'è una difficoltà superiore al VII grado, però: gli scalatori dovrebbero farlo per amore. La soprintendenza, a quattrini, è messa male male. «E chi ce lo fa fare?», dirà qualcuno. Se la pensa così, si accontenti di scalate più facili: la parete nord dell'Eiger, El Captain allo Yosemite Park o il K2. La vera sfida, però, quella che finirebbe sulle prime pagine, è salvare gli spalti superiori dell'Anfiteatro campano. È magnifico, quello stadio costruito tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. per sostituire il precedente legato alla mitica ribellione dei gladiatori di Spartaco. Coi suoi 165 metri sull'asse maggiore e 135 sul minore, era il più grande del mondo romano (Pubblio Vittore parla di 87 mila posti) dopo il Colosseo. Gli spettacoli che ospitava, racconta Giacomo Rucca in un libro del 1828 («Capua Vetere, o sia Descrizione di tutti i monumenti di Capua antica...») erano grandiosi: combattimenti tra gladiatori, combattimenti contro belve feroci (non solo leoni ma anche ippopotami o coccodrilli), battaglie con elefanti, «pugne navali»... Degni della città allora più importante dopo Roma. Certo, la storia non è stata clemente con l'Anfiteatro Campano. Saccheggiato da Genserico nel 456 d.C., trasformato in una fortezza dopo la distruzione dell'antica Capua nell'841 ad opera dei saraceni, usato come cava di marmo e materiali edilizi a partire dalla dominazione sveva, il magnifico stadio ha perduto via via le ricchissime decorazioni del passato come i 240 busti a rilievo di Giove, Giunone, Diana, Demetra, Mercurio e altre divinità. Conserva tuttavia, a dispetto delle razzie d'un tempo e delle erbacce di oggi, un fascino struggente. Di più: conserva intatti i grandiosi sotterranei. Un reticolo di gallerie, archi, canali, serbatoi e poi grandi spazi laterali per conservare le scenografie, ospitare i gladiatori, custodire gli animali in cattività... Un mondo intero sotto terra che dà l'idea di quanto fossero imponenti gli «show» e quante centinaia, forse migliaia di persone vi venissero impiegate. Valgono da soli un viaggio da Baltimora o da Tokyo, quei sotterranei. Così come interessantissimi sono i pezzi conservati nel Museo dei Gladiatori, piccolo ma prezioso. E la mostra «Immaginando città» voluta dalla soprintendente Adele Campanelli che ricostruisce l'affascinante storia dello sviluppo urbano nell'area campana. Per non dire dello stupendo Mitreo, l'aula sotterranea dedicata al dio Mitra, miracolosamente sopravvissuto al selvaggio assalto edilizio che ha devastato Santa Maria di Capua Vetere nella totale indifferenza di chi l'amministrava. Valga ad esempio un depliant: «La casa di Cofuleio Sabbio è uno dei reperti di recente scoperta. È in corso Aldo Moro 210 dove durante gli scavi per la costruzione del fabbricato sovrastante...». Sovrastante? Ma come, direte voi, trovarono una casa romana del I secolo a.C. e ci fecero sopra un palazzo? Esatto. Al punto che oggi, spiegano le guide, «la casa è visitabile su richiesta ai condomini». Cose del passato? Magari! Basti vedere il cantiere dell'edificio in costruzione in faccia all'arena. Va da sé che, a dispetto della buona volontà che possano metterci la soprintendente e la direttrice degli scavi Ida Gennarelli e tanti altri addetti che cercano di supplire generosamente alla storica sciatteria di troppi colleghi, quello che dovrebbe essere uno dei siti più curati del Sud finisce per dare la sgradevole impressione di essere oscenamente trascurato. Ovvio. Basti dire che il ministero, l'anno scorso, ha stanziato per tutto il patrimonio archeologico di Santa Maria Capua Vetere 58.500 euro. Una miseria. Insufficiente non diciamo per fare restauri seri, se è vero come dice la soprintendente Campanelli che «un giorno di lavoro di un operaio specializzato per i lavori dedicati costa coi contributi e tutto 300 euro» (trecento!), ma anche per un minimo di manutenzione. Che in questi giorni riparte coi pochi spiccioli a disposizione. Colpa di Dario Franceschini? No. Va così da anni e anni. Il risultato è nei numeri: il secondo anfiteatro più grande del mondo romano, legato alla leggenda di Spartaco, ha fatto nel 2014, secondo il ministero dei Beni culturali, 51.967 visitatori, compresi i non paganti. Meno di un quarto di Castel del Monte che è trentesimo nella classifica delle attrazioni culturali italiane. Poco più di un decimo di Villa d'Este a Tivoli. Sia chiaro, va già molto meglio rispetto a una quindicina d'anni fa, quando i visitatori erano circa 30 mila l'anno. Ma resta uno spreco. Di bellezza e di incassi. Anche perché, accanto all'arena, c'è qualcosa che pare funzionare. La sistemazione dell'accesso e la costruzione con soldi Ue di un parallelepipedo di vetro e cemento costato uno sproposito (tre milioni di euro!) ha finito per dare un risultato positivo. La nascita, grazie a una gara ignorata dai mammasantissima dei «servizi aggiuntivi» («Capua era la Cenerentola...», spiega Bruno Zarzaca, uno dei titolari) di una biglietteria-caffetteria-trattoria «Amico Bio», davvero europea. Arredamento essenziale, pulizia, cortesia, menu di prodotti biologici con spazio per i vegani. Il tutto nonostante il crac del costruttore. Nonostante la struttura fatta con soldi pubblici non fosse stata dotata dell'abitabilità («Da pazzi: la chiesero a noi!», ride Enrico Amico, l'altro titolare, che ha un'azienda agricola biodinamica che fornisce mezza Italia) e non fosse stata manco registrata al catasto. Proprio quello spazio di servizi aggiuntivi, pare impossibile, è al centro di uno scontro col Comune. Che contesta la canna fumaria. «Ma come: abbiamo avuto il via libera della soprintendenza! L'abbiamo nascosta coi pannelli d'informazione culturale! Abbiamo proposto di coprirla con una struttura di cristallo che ospiti anche una sala di lettura da donare alla Università!»... Niente da fare. Il municipio, a costo di spazzar via il ristorante «bio» che in mezzo a tante inefficienze funziona, quella canna vuole demolirla. Scusate: e tutta la poltiglia cementizia abusiva? E gli orrori urbanistici tutto intorno? E i palazzi coi resti archeologici sepolti nelle fondamenta? Ci penseranno domani. O forse dopodomani...
Corriere della Sera
30 Aprile 2015
Capua. Così agonizza l'Antica Arena
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
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Bene culturale
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