Piazzoli (Fondazione Creberg): volevamo ritirare i fondi, ora crediamo nella Carrara Dipinti: 4.832. Disegni: 369. Sculture: 218. Una collezione di coralli trapanesi del XVI secolo, 26 arazzi, 56 porcellane, 2 mila libri provenienti da Palazzo Carandini a Modena. Per questi ultimi l'inventario è in corso e fra i tesori ne è spuntato uno speciale: lo spartito originale della «Lucrezia Borgia» di Donizetti, fatto rilegare personalmente dal marchese Carandini che per il melodramma andava pazzo. Tutto questo, e altro ancora, è il patrimonio artistico del Gruppo Banco Popolare. Un patrimonio che, per filosofia, punta a essere «un po' di tutti». Nel senso che «l'obiettivo è custodire e valorizzare i capitali di storia e bellezza che sono la memoria civile dei territori in cui esso è presente, è nato, si è sviluppato». Angelo Piazzoli è segretario generale della Fondazione Credito Bergamasco, che con il Banco ha intrecciato i destini (la fusione dell'istituto di credito nel gruppo è della scorsa primavera). E quello orobico, con il suo impegno nei restauri, con le porte aperte della banca trasformata in un museo, con le opere portate all'esterno, dalle carceri alle case di riposo, è diventato modello per un sistema più ampio. Piazzoli, infatti, è stato nominato anche responsabile del patrimonio artistico del Banco e l'esposizione che il 7 maggio debutterà in Largo Porta Nuova è un esempio di sinergia. La Madonna quattrocentesca di Botticini, patrimonio del Creberg, sarà esposta con quella del Piazza, in arrivo da Lodi. E poi la Maternità di Previati, caposaldo del Divisionismo già richiesta dal Guggenheim di New York, lascerà Novara e sarà visibile in città per la prima volta. Una bella soddisfazione. «È una soddisfazione che il modello della Fondazione Creberg sia stato apprezzato e fatto proprio anche oltre il confine della provincia. Le potenzialità sono enormi. Con questa mostra integriamo l'offerta artistica in città in chiave Expo». Sgarbi ha detto: Bergamo, in questo, rivaleggia con Milano. «Ha ragione». Voi, come Fondazione Creberg, siete promotori anche della monografica sul Palma e avete sostenuto parte del cantiere della Carrara. Esiste il mecenatismo 2.0. «Crediamo nella necessità di operare dal punto di vista economico, del sostegno dell'impresa e della famiglia, ma anche nella responsabilità sociale. Con la Fondazione finanziamo restauri di opere che poi restano sul territorio, ma metà del budget annuale (l'ultima assegnazione del Credito prima della fusione, bilancio 2013, è stata di 2 milioni di euro, ndr ) va al sociale. Certo, la parte artistica è quella più visibile». Partiamo dalla Carrara. Avete finanziato l'allestimento con 1,25 milioni di euro. All'inaugurazione lei ha citato Dante: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Il percorso precedente è stato un inferno? «È stato lungo e complesso. Guardiamola così: i bresciani ci hanno fatto i complimenti perché a Bergamo per riaprire la pinacoteca abbiamo impiegato solo sette anni». Il progetto iniziale era di due. Allora, avevate proposto di donare una sala ipogea, poi c'è stato il piano naufragato degli orti, tra polemiche politiche. Girone dantesco della macchina pubblica? «La macchina pubblica ha i suoi tempi e le sue regole, in generale. Per restaurare la fontana di Sant'Agostino abbiamo impiegato tre mesi di lavori e tre anni per avere le autorizzazioni. Ma era un dono alla città, ed è andata bene così. La vicenda della Carrara? Ancora più complessa. Ci sono stati momenti di stallo pesanti: due anni fa la decisione dell'allora sindaco Franco Tentorio di diventare interlocutore diretto ha permesso di superarli». Il taglio del nastro l'ha fatto il successore, Giorgio Gori. «Lui ha avuto, tra le altre, un'intuizione ottima dal punto di vista manageriale. Sembra cosa piccola, non lo è: ha fissato una data di apertura a distanza di mesi. Questo ha portato davvero al rush finale». Ci sono stati momenti in cui avete pensato di ritirare il contributo, esasperati dalla burocrazia? «Lo ha raccontato anche il presidente Cesare Zonca. Sì, momenti così ci sono stati». Ma ora entrate a far parte della governance della pinacoteca. «Sì, ci crediamo». L'obiettivo della nuova Carrara? «Avere dimensione europea: servono eventi, promozione. L'obiettivo è 60 mila visitatori l'anno». Eventi sono anche le mostre temporanee. In Carrara, però, non c'è spazio. «Ci sarà convivenza con la Gamec, sotto la regia del Comune». Dunque le grandi mostre partiranno subito. «Penso che se ne possa parlare già dal 2016». La Gamec dovrà dunque ridurre la propria attività. Almeno finché non si risolverà il nodo della nuova sede. Il Comune non ha ancora deciso dove collocarla. «Non entro nel merito di una questione che non riguarda noi, non sarebbe giusto. Però è cruciale». Siete, con l'Università, fra i promotori della mostra su Palma. Quindicimila visitatori il primo mese sono soddisfacenti? L'obiettivo era 120 mila in tre mesi. «Siamo soddisfatti, l'incremento sarà ora esponenziale, con la Carrara aperta accanto. Sulla promozione si stanno risolvendo alcune cose, diciamo che i passi non sono stati facilitati. E diciamo che sull'esterno siamo lanciati: è più sui bergamaschi che dobbiamo lavorare». Bergamo è la prima che non si promuove? «Cambiare si può. E l'aria sta cambiando. Pensiamo all'organizzazione: l'idea di una mostra sul Palma era stata proposta anni fa a Palafrizzoni, ma non era stata ritenuta interessante. È partita lo stesso, abbiamo fatto oltre 400 incontri con il territorio. Ora è un successo. Il segreto, a mio parere, è andare oltre l'individualismo. Noi bergamaschi ci poniamo obiettivi comuni ma poi, quando è il momento di rinunciare a qualcosa di sé, di vedersi affiancati da altri sul poster dei promotori, iniziano i problemi. Se si fa sistema davvero, il resto verrà». Piazzoli, lei è uomo dell'economia. Eppure ha portato il Cda di una banca a convivere con un atelier di restauro (oggi, la pala del Romanino di Sant'Alessandro in Colonna è il restauro numero 23). Da dove nasce questa vena artistica? «Confesso: al Sarpi mi vantavo di non aver mai aperto una volta i tomi dell'Argan (ride, ndr ). Tra latino e greco, quella di storia dell'arte era l'ora in cui si prendeva fiato. La mia formazione successiva è giuridica». Il mistero s'infittisce. «Nei primi anni duemila, con la Fondazione, ho organizzato le prime aperture del palazzo con Guido Crippa, tutt'ora consigliere: è stato lui ad avvicinarmi al mondo delle grandi collezioni e dei grandi artisti, mi ha trasmesso la convinzione del valore sociale dell'arte. Poi c'è una questione di famiglia. Il merito principale è merito di mia moglie Lorena». Racconti. «Lei ha una cultura artistica profonda. Mi ha educato al bello, sopperendo alle lacune scolastiche». Quelle dell'Argan sempre chiuso. «Esattamente. Mi capita di tornare a studiarlo ora, l'Argan. Ovviamente è l'edizione di mia moglie: le mie erano intonse, alla fine del liceo me le hanno comprate subito...».