Sono stati, per i milanesi, diciotto mesi di attesa, di incertezza, per alcuni di incredulità, per altri di scontentezza o anche di sdegno. Sdegno per i tanti milioni spesi, per il progetto scarsamente condiviso, per i tempi che qualcuno prevedeva interminabili. Le lettere dei cittadini che esprimevano critiche spesso assai forti, rammarico, insoddisfazione arrivavano quasi ogni giorno a questo giornale. Ora che la Darsena è pronta e perfettamente in ordine, ripulita, ristrutturata con i suoi bei doks di legno come quelli dei grandi fiumi importanti, si ha l'impressione che siano bastate poche ore perché i milanesi cambiassero opinione e scordassero i cattivi umori di questi ultimi due anni. Già sabato, infatti, alla vigilia dell'inaugurazione, quando ancora non si poteva entrare, grande folla era accorsa e si stipava da ogni lato per guardare, per ammirare, commentare. Di critiche, è normale, ce ne saranno ancora, e alcune se ne sono già sentite per esempio quella che il cemento è troppo e il verde invece troppo poco rispetto alle promesse e alle aspettative ma il bagno di folla tributato dai milanesi alla nuova Darsena ha l'aria di essere stato il loro modo di accettarla, di farla propria, cosa nostra d'ora in poi, mentre diatribe e scontentezze sembrano alle spalle. C'è chi interpreta l'accorrere di tanti come voglia di partecipazione, voglia di sentirsi coinvolti nella vita e nell'evoluzione della città, ed è senz'altro così, ma questa voglia non è certo di oggi e non nasce per la Darsena: c'è una lunga e civilissima tradizione da parte dei cittadini di interessamento, di attenzione, di coinvolgimento per i destini di Milano e dei suoi quartieri, e anche di questo testimoniano le quotidiane lettere dei lettori. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi perché tanto spesso, qualsiasi progetto urbanistico venga annunciato, subito si alza l'imponente coro degli scontenti, salvo poi, sia pure senza la medesima frequenza, trasformarsi in approvazione al termine dei lavori, magari sulle prime soltanto sommessa. La spiegazione sta probabilmente nelle non troppo rare delusioni che i milanesi hanno subito nel corso degli anni, negli orrori urbanistici che qua e là è toccato digerire, nei lavori fatti e rifatti più volte senza che se ne potesse intendere la ragione, nei tempi spesso biblici impiegati per terminare un'opera. Non è il caso della Darsena. E adesso resta solo da sperare che la viva partecipazione espressa in questi giorni significhi anche rispetto per il restauro appena terminato; o, in alternativa, che sia prevista sorveglianza sufficiente in grado di garantire questo rispetto.