Rubate due campane ottocentesche, libri a rischio: la Soprintendenza scrive alla Procura TARANTO. Taranto punta al titolo di capitale italiana della cultura, ma poco fa per conservare i suoi gioielli architettonici maggiormente significativi. L'esempio più attuale è Palazzo degli Uffici: abbandonato e depredato. Dopo il furto delle due ottocentesche campane di bronzo che battevano i rintocchi, quando ancora funzionava, dell'orologio posto sulla facciata verso piazza Archita, la Soprintendenza per i beni architettonici s'è rivolta alla procura della repubblica di Taranto e ai carabinieri del Nucleo Tutela del Comando di Bari. Gli ha girato «per quanto di competenza» l'ordinanza con la quale due giorni fa ha imposto al Comune quattro «opere urgenti e indifferibili per la conservazione del bene». La realizzazione di coperture provvisorie per impedire ulteriori infiltrazioni di acque piovane all'interno; poi, la chiusura con materiali amovibili di finestre e porte finestre previa rimozione delle lastre di vetro fessurate o in prossimo distacco; l'inventario di tutti i beni mobili, con elenco descrittivo corredato da fotografie e la custodia in luogo sicuro al fine di scongiurare ulteriori furti; il ripristino delle coperture di protezione dei ponteggi, la sostituzione delle reti anticaduta lungo i prospetti privi di ponteggi. Insomma occorre prendersi cura dell'edificio simbolo della Taranto post-unitaria, «massima emergenza storica e architettonica del Borgo umbertino», sottoposto alle disposizioni di vincolo monumentale. Ma, benché sia un monumento, è trascurato e a nulla valgono appelli, inviti e sollecitazioni. Questa di Palazzo degli Uffici è una vicenda tormentata, inserita nel filone delle tante opere pubbliche tarantine avviate e mai completate, delle incompiute che imbruttiscono tanti punti della città e dei cantieri aperti e subito richiusi. Questo edificio, storica sede del liceo classico "Archita", è al centro di una riqualificazione il cui progetto di finanza ha visto la luce nel 2002, altra giunta altri tempi, che dopo tredici anni deve ancora prendere slancio. Il Palazzo sta lì, con qualche ponteggio, teloni sfilacciati, tetto semiaperto, senza guardiania e terreno di caccia dei ladri. Soltanto alcuni giorni fa il Comune ne ha ripreso possesso e può darsi che entro qualche mese i lavori prendano il via. La Soprintendenza aveva già due volte, l'8 e il 26 settembre dell'anno scorso, segnalato ai Lavori pubblici del Comune, al sindaco Ezio Stefàno e al prefetto la necessità di porre fine al «deplorevole degrado» in cui versava l'edificio. Mai ricevuta, neanche per buona educazione, una nota di riscontro. Nella prima lettera il soprintendente ad interim Francesco Canestrini e l'architetto Augusto Ressa denunciavano «l'indecorosa condizione di abbandono del cantiere, teli svolazzanti anneriti dallo smog, coperture rimosse, infiltrazioni di acque meteoriche, danneggiamento delle strutture murarie e degli apparati decorativi». Nella nota la Soprintendenza chiedeva al Comune «provvedimenti urgenti per impedire ulteriori danni e per ricondurlo al decoro atteso che le attuali condizioni compromettono gravemente l'immagine dell'intero centro storico della Taranto post-unitaria». Dopo il sopralluogo fatto, insieme con un tecnico comunale, la Soprintendenza tornava a scrivere ai Lavori pubblici, al sindaco e al responsabile dei Beni librari della Regione. Dalla ricognizione era emerso un quadro di abbandono e di degrado. Al piano dell'Archita giaceva un busto marmoreo ai piedi di una finestra, oggetto di un tentativo di furto; migliaia di libri della biblioteca del liceo, contenuti in librerie del primo Novecento; preoccupazione per eventuali furti di «busti in marmo, arredi, campane di bronzo rimosse dal frontone su piazza Archita». Di fronte a questo «inqualificabile quadro» Canestrini e Ressa invitavano ancora una volta il Comune a adottare opportuni provvedimenti e a «depositare in luogo sicuro e sorvegliato gli elementi d'arte mobile, busti e campane, al fine di scongiurarne il danneggiamento eo il furto».