Sant'Agostino, nelle Confessioni, alla domanda su cos'è il tempo, risponde che certamente tre sono i tempi: il passato, il presente e il futuro. Meglio, dice poi, si può affermare che i tempi sono: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro: la memoria, la visione diretta, l'attesa. Viene in mente questa citazione del grande pensatore di Ippona, riflettendo sul significato della riapertura del Forte di Belvedere con la mostra di Antony Gormley (26 aprile-27 settembre). Il Forte viene riconsegnato alla vita di Firenze, come uno dei luoghi simbolici dell'identità della stessa. I fiorentini potranno ritrovare il loro Belvedere, riconoscendone il presente di un passato che loro appartiene, che li può far sentire, come la Cupola, o Palazzo Vecchio, cittadini di una civiltà tanto particolare, quanto universale. La memoria che riappare e che prima di tutto, nel tempo recente, è segnata dal dolore per la tragedia di Veronica e di Luca. Lo ha capito benissimo Gormley, che ha voluto dedicare una delle sue opere ai due giovani, ad un dramma che per alcuni anni ha davvero spento le luci sul Forte. La memoria del dolore deve restare, è un presente e dovrà restarlo, ma ciò non deve impedire, proprio nel ricordo di Veronica e di Luca, di aprire una nuova pagina di vita del monumento di cui parliamo. Ed è questo che sembra poter avvenire, con la riconquista di un luogo dell'anima per i fiorentini e per tutti gli altri. Quello che spesso è stato definito come un palcoscenico, nella realtà è lo spazio che accoglie, meglio di ogni altro, la visione diretta (direbbe Agostino) dei contemporanei su Firenze. Uno sguardo sulla città antica che consente a chi ne abbia il talento di rendere chiaro, al di là di ogni retorica passatista (a Firenze non se ne è mai sentita la mancanza), quanto l'insieme di monumenti, di edifici e di opere di questa città sia il presente del presente. Basta pensare a Henry Moore nel 1972 e alla relazione che le sue sculture stabilivano con il paesaggio urbano a cui si affacciavano, facendone un'opera d'arte unica, dimostrando così quanto fossero semplicemente attuali sia l'antico che il contemporaneo. È stato così ogni volta che il protagonista di una mostra capiva il senso del proprio confronto con Firenze, come nel caso di Dani Karavan, quando iniziava proprio dal Forte a far conoscere al mondo intero la sua ricerca artistica. Lo è stato per altri che hanno posto al centro di un'esposizione non la ricerca di una più grande e prestigiosa galleria all'aperto, ma, al contrario, il riconoscimento di una grandezza non da sfidare, ma a cui accostarsi, per entrarne a far parte. È questo che Firenze può offrire, come poche altre città sono in grado di fare ed è questo di cui i fiorentini dovrebbero essere consapevoli. Riportare la vita al Forte di Belvedere ha un significato che va oltre il monumento stesso; riguarda l'attesa per il terzo tempo: il presente del futuro. L'attesa che non concerne la trasformazione unicamente turistica di Firenze, anzi che possa intravedere nell'uso del Forte da un lato una risorsa essenziale (come è sempre stato) per il senso di appartenenza dei fiorentini alla loro città, dall'altro per offrire al mondo una possibilità unica di confronto fra identità diverse e poi per intrecciarle. In questo senso vanno le riflessioni che Gormley premette alla realizzazione della sua mostra, il riferimento alla pace e dunque all'incontro fra culture diverse, alla loro capacità di comprendersi. Quanto sopra può succedere in tanti modi e Firenze può cercarne di diversi, come ha fatto nel passato, ma uno di questi è certamente quello di non farsi ridurre ad un uso superficiale, retorico e quindi ingannevole e riduttivo, di se stessa. Il Forte può essere usato in un senso o in un altro: paradossalmente una caratteristica favorevole perché non diventasse un'altra meta solo destinata ad accogliere gli assalti crescenti del consueto turismo mordi e fuggi, è stata la difficoltà nel raggiungerlo. Con questo non c'è certamente da augurarsi che tale difficoltà non venga via via superata, ma l'idea che raggiungere un luogo di tale bellezza possa comunque comportare un minimo di fatica, non è poi così negativa per capire quanto ne valga la pena. A parte il paradosso, colpisce positivamente il fatto che per la prima volta, in un'occasione di notevole rilievo, l'ingresso al Forte sia gratuito. Ciò può avere diversi significati, prima di tutto che il Comune ha trovato le risorse necessarie per organizzare la mostra di Gormley, sia pubbliche che private, e questo è di per se già un fatto positivo, con i tempi che corrono. Il secondo aspetto riguarda il messaggio che viene inviato ai fiorentini: guardate che il Forte è vostro e prima di tutto siete voi che lo potete avere come potete avere le vostre antiche strade, le vostre piazze o, ancora, le vostre Chiese (perlomeno quelle in cui non c'è da pagare un biglietto per entrare). Non è poco e può essere importante nell'attesa del futuro, cioè per vivere contemporaneamente nei tre tempi del presente.
Firenze. Il terzo tempo del forte (ritrovato)
Il Forte di Belvedere di Firenze è stato riaperto con una mostra di Antony Gormley, che ha messo in luce il significato del luogo come spazio di visione diretta dei contemporanei su Firenze. Il Forte è stato riconsegnato alla vita della città, come uno dei luoghi simbolici dell'identità fiorentina. La mostra ha anche messo in luce la memoria del dolore per la tragedia di Veronica e Luca, e ha invitato a aprire una nuova pagina di vita del monumento. Il Forte è stato definito come un palcoscenico che accoglie la visione diretta dei contemporanei su Firenze, e ha dimostrato quanto l'antico e il contemporaneo siano attuali.
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