Qualche volta, le sere di primavera conducono un grande numero di persone nello stesso posto, a un incontro che poi si rivela fondamentale. Giovedì sera l'appuntamento impossibile da mancare era all'Accademia Carrara. È vero che la promozione pubblicitaria per la riapertura è stata intensa, ma resta stupefacente la folla che si è messa in coda per entrare nella pinacoteca. Ancora più sorprendente è l'età media dei visitatori, soprattutto quelli della tarda serata, moltissimi ragazzi. La Carrara si è regalata un'inaugurazione davvero fuori dall'ordinario, con le sale piene come forse mai era successo in duecento anni di storia, un'atmosfera vivace e al tempo stesso contemplativa molto rara per un museo. È sembrato davvero che i visitatori, oltre a godere della bellezza delle opere, percepissero per la prima volta la forza di un legame, simile a quello che esiste tra un adulto e la scatola dei giocattoli della sua infanzia. In effetti, le cose stanno così, l'Accademia è dei bergamaschi come nessun altro museo appartiene alla città in cui è nato. Il conte Giacomo Carrara la costruì con l'intento di donarla a Bergamo; lasciò tutto, l'edificio, le opere, i suoi soldi alla città perché portasse avanti il suo sogno. Una follia. Non tanto folle però da non essere presa sul serio da chi venne dopo di lui, conservando ed espandendo le collezioni. Un tesoro di famiglia poco conosciuto dai bergamaschi, praticamente ignoto a tutti gli altri. Decenni di polvere e indifferenza si sono depositati sui Raffaello, i Moroni, i Lotto, finché le sale sono diventate così gialle e tristi da dover essere restaurate. I tempi del cantiere succede troppo spesso anche a Bergamo sono sfuggiti di mano, ma ora la città si ritrova un museo con un tono europeo e con i tesori che solo l'Italia possiede. E qui, come hanno già sottolineato in tanti, iniziano i veri problemi, che non riguardano solo i bilanci dei prossimi dieci anni. Il futuro della Carrara dipende soprattutto da quei giovani che giovedì sera ne hanno affollato le sale. Cosa hanno portato a casa dalla visita della pinacoteca? Cosa si sono raccontati dopo, quando hanno bevuto una birra nei bar del quartiere? Se non saranno loro ad occuparsene, tra venti o cinquant'anni, questo patrimonio finirà dimenticato, o in vendita. E non si tratta tanto di capire come sfruttare l'Accademia per potenziare il turismo, per quanto anche questo potrebbe essere un valore importante. Si tratta di essere custodi di se stessi, di un passato che è l'enorme peso e, insieme, l'enorme fortuna di chi vive in questo Paese e in questa città.