«L'Italia ha ancora qualcosa da dire». Fu questo il titolo del primo discorso pronunciato dal rettore dell'università di Firenze dopo la liberazione della città. Era il 15 settembre del 1944, e quel rettore si chiamava Piero Calamandrei. Mancavano ancora otto lunghi e sanguinosi mesi al 25 aprile del 1945, alla Liberazione del Paese. Ma il 25 giugno del 1944 era stata proclamata la Costituente, l'unico atto veramente rivoluzionario della nostra storia. L'Italia aveva ancora qualcosa da dire, e lo disse: e fu la Costituzione. Nel suo discorso agli studenti e ai professori fiorentini, Calamandrei confessò: «Mai come in questi mesi in cui sui bollettini di guerra cominciavamo a leggere con un tremito i luoghi della Toscana, abbiamo sentito che questi paesi sono carne della nostra carne, e che per la sorte di un quadro o di una statua o di una cupola si può stare in pena come per la sorte del congiunto, o dell'amico più caro». Questo sentimento di appartenenza fortissima sfociò nell'articolo 9, «il più originale della nostra Carta» (Carlo Azeglio Ciampi): «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Così la Costituzione spaccò in due la storia dell'arte italiana, assegnando al patrimonio storico e artistico della nazione una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. Così il patrimonio artistico è stato trasformato in un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell'eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati. Così la conoscenza è diventata un valore fondamentale della democrazia italiana. Nell'aprile del 1945 Calamandrei fondò una rivista ispirata fin dal titolo alla ricostruzione della Firenze distrutta: «il Ponte». Nel primo numero scrisse: «Noi siamo convinti che, per risalire da questo imbestialimento, si debba cominciare a ricostruire in tutti i campi la fede nell'uomo, questo senso operoso di fraterna solidarietà umana per cui ciascuno sente rispecchiata nella sua libertà e nella sua dignità la libertà e la dignità di tutti gli altri, e in mancanza della quale la vita diventa una lotta di brutali sfruttamenti alla quale si può dar via via il nome di tirannia, di plutocrazia, di nazionalismo, di fascismo, di razzismo». Settant'anni dopo, l'Italia è sprofondata in un nuovo imbestialimento: cui si può dare il nome di dittatura totalitaria del mercato, di diseguaglianza radicale, di contrazione drammatica dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, di deriva autoritaria di una politica plastificata, di mercificazione della cultura, di distruzione scientifica e criminale della scuola pubblica, di disprezzo per la conoscenza. Ma la storia non finisce qua: l'Italia ha ancora qualcosa da dire. Buona Liberazione!