Dedalo, puzzle, vertigine. Largo quasi settemila metri quadrati, scandito da 227 stanze e moltiplicato per otto piani (sfalsati), il Palazzo del Podestà è un labirinto spazio-temporale dal cuore duecentesco e dalla facciata rinascimentale (in piazza Broletto). Tenuto in piedi dal castello di tubi del maxiponteggio drammaticamente contemporaneo. Il Podestà è un cantiere immenso, roba da ingarbugliare i passi. Fortuna che ad accompagnare il cronista ci sono l'assessore ai lavori pubblici Marco Cavarocchi e il capo cantiere Ciro Molitierno. Tutti col caschetto d'ordinanza e gli occhi ben aperti. Così, tre anni dopo il terremoto, otto dall'apertura di primavera del Fai, la Gazzetta penetra nel fortino del Podestà, dove nacque il governo di Mantova. La storia è sedimentata nei muri, nelle pietre aggiunte e negli affreschi nascosti sotto gli intonaci, negli indizi della biblioteca comunale che fu, nella memoria dei due incendi a cui il Palazzo è sopravvissuto. Nelle firme lasciate dai manutentori delle campane, su in cima alla torre da cui la città è una teoria di tetti e d'azzurro. La storia recente è nei tiranti che tengono in equilibrio i muri aggrediti dal terremoto, nella fitta foresta di tubi («anche il ponteggio è un'opera d'arte» osserva l'assessore). La sfida è nel futuro ancora da scrivere: tramontata l'idea di farne la sede istituzionale del Comune, Cavarocchi immagina un percorso museale per suscitare lo stupore dei visitatori e, magari, attrarre qualche investimento privato. Nelle casse comunali ci sono 13,9 milioni di euro (la nuova richiesta di sblocco fondi a Renzi è del 7 aprile), il costo complessivo dell'intervento di "Recupero, valorizzazione e riuso funzionale del complesso monumentale denominato Palazzo del Podestà" è di 24 milioni. Al netto del recupero degli affreschi duecenteschi scoperti durante la messa in sicurezza. Ad accelerare le operazioni è stato proprio il pugno sotterraneo del terremoto che ha scosso il Palazzo come un castello di carte, slacciando il fragile abbraccio dei muri. Soltanto per irrobustire il cantiere, tra gru, ponteggi perimetrali e interni, ci è voluto un anno. Completata la messa in sicurezza (con i fondi europei stanziati per curare le ferite del sisma), e presentato il progetto esecutivo per il primo lotto di lavori, lo scorso autunno, la risposta della Sovrintendenza è arrivata nelle scorso settimane, affidata a tredici pagine di prescrizioni. Adesso il Comune dovrà rivedere il progetto e poi ripresentarlo corretto. I tempi si dilatano, mentre i giorni si rincorrono: scattato ufficialmente il 18 aprile 2014 con la firma del contratto d'appalto tra il Comune e il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, il conto alla rovescia terminerà nell'autunno del 2016. Fosse per Cavarocchi, offrirebbe il Palazzo alla meraviglia dei visitatori così com'è, con i ponteggi e i tiranti. Ma a temperare il desiderio interviene il senso di realtà. Nel cantiere non si può. Farmacista di mestiere e archeologo mancato, l'assessore si emoziona davanti agli affreschi scoperti nell'ala più antica del palazzo: dal muro affiorano i disegni di un maiale sottile, appeso alle zampe posteriori, e la sagoma di un centauro. Un muro aggiunto chissà quando taglia in due un cavallo, la testa in una stanza la coda nell'altra. Di livello in livello, si arriva all'ingresso della torre, la tentazione di arrampicarsi è troppo forte per resisterle: la scalata è ripida, ma una volta in cima si viene ripagati da una vista definitiva che tutto abbraccia. Basta tendere una mano per afferrare Mantova e mettersela in tasca.