Il critico, curatore della mostra "Tutttovero" racconta l'idea alla base dell'iniziativa che coinvolgerà Castello di Rivoli Gam e fondazioni Sandretto e Merz QUASI torinese "d'adozione" - dopo vent'anni alla direzione della Fondazione Sandretto - Bonami guarda però sempre al mondo: è ora direttore artistico del Jnby Art Center progettato da Renzo Piano a Huangzhou, in Cina, che aprirà nel 2017, e sta lavorando a "Great Wondeful", mostra d'asta di arte italiana per Philips a New York. Bonami, come è nata l'idea di questa mostra " monstre"? «Cercavano un curatore internazionale che potesse seguire una rassegna d'arte per l'Expo e mi hanno chiesto un parere. Io ho risposto: un curatore l'avete qua, sono io. Perché cercare fuori, quando l'evento milanese è anche un veicolo per fare vedere quello che abbiamo? All'inizio si pensava alle Ogr, poi il progetto è cambiato: forse meglio così, visto il budget limitato». "Tutttovero" con quattro T: le hanno chiesto se è un refuso, hanno provato a correggerlo? «In realtà è un gioco anche grafico, un modo per richiamare le quattro istituzioni che ospitano la mostra». Il sottotitolo è "la nostra città, la nostra arte". Prevale il senso di appartenenza? «Sì, si vuole sottolineare l'orgoglio per lo stato dell'arte torinese. La Gam la conoscevo, ma ho scoperto una ricchezza che forse nemmeno immaginavo. Se poi si aggiunge quello che c'è a Rivoli, alla Sandretto e alla Merz, ci si rende conto che in termini di patrimonio si potrebbe dare vita a uno dei più importanti musei d'arte moderna e contemporanea in Europa, quasi un Metropolitan: meglio se in un'unica sede, magari le Ogr». Che cosa emerge dalle mostre che vedremo da sabato? «Che c'è una ricchezza che sarebbe bene unificare e mostrare nella sua complessità. Mi viene il mente l'igloo di Mario Merz in cui è riportata la massima del generale vietnamita Giap: " Se il nemico si concentra perde terreno, se si disperde perde forza". Ecco, non bisogna disperdersi per non perdere forza». Che rapporto c'è tra "Tutttovero" e l'Expo? «C'è l'idea di rendere visibile nella sua ricchezza un territorio: l'Expo è un pretesto, anche buono, anche se l'evento in sé mi pare un po' astratto. Non abbiamo parlato tanto di cibo, ne hanno già abusato mi pare a Milano». A proposito di Expo, un tempo Torino era invidiata da Milano per il sistema del contemporaneo. È ancora così? «Non mi piace dire che vent'anni fa qui era meglio, forse ero anch'io più giovane: però è vero che il territorio si è allargato e ha perso forza. Il lento, grave disfacimento di Rivoli ha tolto attenzione a Torino, anche se è cresciuta Artissima e ci sono nuovi progetti, come One Torino, e nuovi artisti». "Tutttovero" è un po' la prova generale per l'unificazione di Gam e Rivoli con un unico direttore? «Non saprei, però l'idea del direttore unico sotto il quale ci siano curatori che mandano avanti l'istituzione può essere un'ottima cosa, purché ci siano gli strumenti per lavorare: e non parlo solo di soldi, ma di efficienza burocratico amministrativa. I soldi, pochi o tanti, devono potere essere gestiti in modo autonomo e veloce». Lei si è candidato? «Non mi è stato chiesto e non mi sono candidato, anche perché ritengo che di fronte a una situazione da riorganizzare si debba spegnere il motore e ripartire a freddo con facce nuove, con persone che abbiano l'adrenalina e l'entusiasmo per fare partire un progetto. Io ho appena concluso vent'anni fantastici alla Fondazione Sandretto: non avrei funzionato. Ci vuole qualcuno che abbia l'"ingenuità" per rendere reale l'illusione che si può ancora avere futuro e successo». Lei ci crede? «Sono convinto che Torino sia bellissima e abbia gli elementi giusti: purché la politica culturale ritorni a essere un po' snella, non fatta di faide e gruppetti. È meglio concentrare la forza e perdere terreno, piuttosto che espandersi troppo, divenendo sottili e perdendo sapore e gusto»