«Complessità dell'apparato burocratico, scarsezza di risorse, poca formazione ed eccessivo peso della tradizione»: così Alberto Abruzzese, docente ordinario e direttore del master in «Ideazione, management e marketing degli eventi culturali», sintetizza i problemi relativi alla realtà italiana in merito alla questione del rapporto tra cultura e impresa. Anche di questo, in fondo, si parlerà nel convegno oggi e domani. L'Italia e Roma, solo per fare un esempio, non figuravano, in una classifica redatta nel 2002, nella top ten degli eventi espositivi degli ultimi anni: in classifica c'erano New York (quattro volte, con il Guggenheim e il Moma), Parigi (con il Centre Pompidou) e Bilbao (primo posto in classifica con il nuovo Guggenheim). Professore, molto si è mosso negli ultimi dieci, quindici anni. Eppure si ha la sensazione che qualcosa ancora manchi, all'Italia e a Roma, per essere protagoniste internazionali nella produzione di grandi eventi. Il tutto a fronte di un patrimonio dalle enormi potenzialità: «In effetti è così. Si è fatto tanto. Ma si deve osare di più. Un eccessiva cultura della conservazione e del restauro impedisce spesso, da noi, un elevato consumo del bene. La crisi economica di fatto limita fortemente i finanziamenti istituzionali in campo culturale, e anche le tradizionali sponsorizzazioni sono superate. Occorre un cambio di mentalità, che vada di pari passo con un rinnovamento dei linguaggi, anche oltre il perimetro tradizionale delle arti. Il che non vuoi dire necessariamente eccessiva spettacolarizzazione». Un punto, questo, che inevitabilmente evoca il dibattito sull'uso degli spazi archeologici, magari per moda e rock: «Perché no? Fatte salve le ragioni di tutela, anche qui credo che bisognerebbe avere maggior coraggio, senza paure eccessive o rifiuti di tipo irrazionale». Altre ricette, in estrema sintesi? «Potenziamento delle nuove tecnologie, eventi meglio comunicati e dunque accelerazione sulle strategie del marketing culturale. Consapevolezza, infine, che l'architettura contemporanea può funzionare da volano per l'economia culturale, come insegnano proprio i "casi" Pompidou e Bilbao».