Tinte sobrie, lo sfondo in varie tonalità di grigio fa emergere i colori dei quadri e delle sculture Le novità della sala dei ritratti e quella dedicata a Nicolò dell'Abate. Esposte 600 opere, 50 inedite Colori sobri, una scala di grigi, luce in parte naturale e in parte fornita anche da nuovi luci al led, opere posizionate in maniera più razionale con esaltazione di capolavori come il busto di Bernini raffigurante Francesco I d'Este, il ritratto dello stesso duca di Vélazquez, le sculture di Begarelli, gli affreschi staccati di Lelio Orsi. È la "nuova" Galleria Estense - dopo avere ottenuto l'autonomia amministrativa dal ministero si chiamerà Museo Galleria Estense e ingloba il Palazzo Ducale di Sassuolo - che riapre a tre anni dal sisma. La Gazzetta l'ha visitata in anteprima insieme all'ex soprintendente Stefano Casciu, oggi a capo del Polo museale regionale della Toscana appena creato dal ministero dei beni culturali. La prima delle 22 sale del percorso è stata solo in parte modificata: «Abbiamo lasciato, cambiando però alcune posizioni, le vetrine che contengono alcuni importanti oggetti delle multiformi collezioni estensi», spiega Casciu che mentre parla dà gli ultimi consigli ai suoi collaboratori su dipinti ancora da posizionare. Anche lo spazio per il protagonista di questa sala, e dell'intero museo, ossia il busto di Bernini che pochi giorni fa era ancora imballato, è già pronto. «Lo posizioniamo - spiega Casciu - sulla parete opposta all'ingresso su sfondo grigio scuro, in questo modo si esalta il bianco del marmo. Naturalmente l'opera sarà collocata sul nuovissimo piedistallo antisismico, anche se stiamo discutendo dell'altezza a cui storicamente il busto è sempre stato mostrato». Se già dalla prima sala si comprende la grandiosità della collezione Estense, nei secoli passati nota in tutta Europa perché oltre che da dipinti e sculture era composta anche da eccezionali oggetti da Wunderkammer, troveremo tante altre sorprese. «Le quattro direttrici dello spazio museale - continua il responsabile del progetto - sono infatti state dedicate alle opere cardine del museo: al Bernini si aggiunge il Vèlazquez, Begarelli, Lelio Orsi a cui abbiamo aggiunto la Crocifissione di Guido Reni che a un certo punto percorrendo le sale si vede anch'esso in lontananza. Siamo stati attenti anche agli aspetti scenografici». La visita prosegue negli spazi, colorati di un grigio più chiaro e vicino al bianco abbacinante che volle negli anni Settanta Palncaldi, del primo corridoio dove svetta la straordinarietà del Sant'Antonio da Padova di Cosmè Tura che entrò in Galleria solo nel 1906, acquistato dal Ministero in occasione della dispersione della quadreria Santini di Ferrara. «Posizioniamo in questi spazi - spiega la nostra guida d'eccezione - le opere più antiche a partire da quelle dal fondo oro, tra cui il Tura che ho mantenuto senza cornice in una teca trasparente. La scultura dello Spinario l'abbiamo spostata in altra sala, mentre le opere d'arte toscane sono vicine a Correggio: abbiamo posizionato qui, su basamenti nuovi, alcune sculture di Begarelli. In queste sale mettiamo per l'illuminazione i nuovi fari a led». Andiamo avanti e arriviamo all'angolo con altre sculture di Begarelli posti vicino agli affreschi staccati delle Beccherie di Nicolò dell'Abate. «Poi - continua Casciu - abbiamo la sala dei Ferraresi, con gli importanti lavori di Dosso e Battista Dossi, insieme alla straordinaria Arpa Estense, alcuni busti di Ercole II e Alfonso I d'Este e altri dipinti del periodo estense ferrarese in parte non esposti in precedenza». Oggi in tutto nel museo ci sono 609 opere di cui 327 dipinti, 40 sculture e 242 oggetti di varia natura; sono 50 i manufatti artistici aggiunti, provenienti dai magazzini. «Successivamente - continua l'ex soprintendente - incontriamo una sala di nuova costituzione con i ritratti. Qui abbiamo posizionato Vèlazquez in una delle nicchie dei musei che abbiamo riscoperto durante i lavori, insieme ai dipinti di altri autori tra cui Campi, Loves, Guercino. Abbiamo poi lo spazio quasi chiuso che ospita gli affreschi staccati dal Palazzo Ducale di Scandiano eseguiti ancora da Nicolò dell'Abate e posizionati su un grigio scuro. Qui tramite la realtà aumentata leggibile dai tablet sarà possibile vedere com'erano in origine collocati i dipinti». Arriviamo poi agli spazi di Lelio Orsi da Novellara e al salone dei Veneti: «Qui - dice Casciu - abbiamo messo alcune sculture e cambiato le posizioni di Tintoretto ed El Greco, posizionando anche lo straordinario cofano da viaggio estense». Le ultime sale, infine, sono dedicate all'importante Seicento emiliano con Guercino, Reni, i Carracci e ai dipinti modenesi fino ai primi del XVIII secolo. Il museo è anche stato dotato di "cartellini" nuovi di zecca e una guida utile alla visita edita da Franco Cosimo Panini. Tutto è quasi pronto per la serata del 29 maggio, durante la quale Modena potrà dire con orgoglio di avere uno dei musei più belli d'Italia. Il nuovo direttore, nominato a giugno, avrà di che lavorare perché la "dote" lasciata da Casciu, dall'ex direttore Davide Gasparotto e dagli altri collaboratori è davvero notevole per qualità e raffinatezza.