LA NATURA è una cosa meravigliosa. Il monito di Leonardo sulla bellezza del creato risuona chiaro nelle sale della mostra che Palazzo Reale dedica da oggi (inaugurazione ore 19.30) al genio toscano. E, fin dalle prime opere una scelta precisa di disegni d'architettura ispirati alle leggi auree che regolano l'universo si capisce l'anima della sua ricerca, di artista e scienziato: tutto è calcolo, la natura si esprime in numeri e simmetrie, la matematica è l'alfabeto del mondo. Affascinante, ma non semplicissimo. E infatti i curatori Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio mettono sull'avviso: «È una mostra che richiede uno sforzo di concentrazione, per comprendere il gioco di rimandi fra carte e dipinti, fra i pensieri di Leonardo e i teorici del passato; fatto questo, si potrà viaggiare nella sua mente, senza segreti ». Dopo cinque anni di lavoro, studi e negoziazioni, polemiche su arrivi confermati e rifiuti mal digeriti la grande Annunciazionedegli Uffizi è rimasta a Firenze e la Dama con l'ermellino a Cracovia l'antologica di Leonardo, prodotta da Comune e Skira e sostenuta da Bank of America Merrill Lynch, non delude le aspettative. E, insieme alla curatela scientifica di un percorso rigoroso, sfoggia numeri da primato. Quattro milioni di euro di spesa e 2 miliardi di valori assicurati per 200 opere di cui 7 dipinti di Leonardo (sui 20 che ha siglato) e 100 suoi disegni, compresi 30 usciti dalla collezione della Regina d'Inghilterra e altrettanti dall'Ambrosiana. Se nel 2011 la mostra di Leonardo alla National Gallery di Londra fu definita "the big show" grazie ai nove oli esposti su novanta pezzi, qui l'impegno non è da meno e, anzi, incassa qualche punto in più per la presenza del celebre Uomo vitruviano, iconadiuncorpodalle misure perfette, un disegno mai prestato dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia. A parte il banale dibattito sulle quantità, scopriamo un itinerario diviso per temi e dipanato in un allestimento vellutato di Corrado Anselmi che non cerca effetti scenografici. Il sottotitolo Il disegno del mondo spiegasubito il collante fra le sezioni. Sullo sfondo della Firenze del Rinascimento, animata dalla disputa sul disegno, padre di tutte le arti secondo Ghiberti e Vasari, Leonardo scelse «carbone, biacca e punte d'argento» come mezzo d'indagine del reale e di costruzione della conoscenza. La Madonna Dreyfuss dellaNational Gallery di Washington, primo capolavoro dei magnifici sette, dialoga con studi morbidi di panneggi, seguiti dalla piccola Annunciazione del Louvre, da volti femminili e brani di natura, rocce e grotte un po' tedesche (ispirate dalla calata di Dürer in Italia), che fanno dascenarioal San Gerolamo deiMusei Vaticani. Qui la potenza del segno si sfoga nel collo del santo, un fascio di muscoli contratti. Bello il raffronto con le sculture del Verrocchio, il maestro che gli insegnò lo spirito di geometria: accanto alsuomarmofamoso,laDama col mazzolinodel Bargello, s'incontrano gli occhiprofondidella Belle Ferronière, altro gioiello del Louvre, così ipnotica e oscura da competere con la Monna Lisa. Dopo un capitolo ricchissimo con studi di cavalli, dettagli di zoccoli e posture, modelli in bronzo per il monumento a Francesco Sforza progettato negli anni del soggiorno milanese, ma rimasto sulla carta per la fuga dovuta all'invasione dei francesi, si apre quello dedicato ai misteri dell'anima e del volto. È il turno del Musico dell'Ambrosiana, espostoaccantoallosplendido Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, e poi degli studi anatomici, dove la matematica mette ordine nelle proporzioni esattedeivisi,comela Scapiliata diParma, e delle mani, nel disegno per la posa gentile di Cecilia Gallerani, la Dama con l'ermellino, amante di Ludovico il Moro. Superate le sale che celebrano il talento ingegneristico, macchine meravigliose per il mestiere delle armi, per volare o immergersi negli abissi, la mostra si chiude sull'ultimo masterpiece, l'enigmatico San Giovanni Battista, circondato da disegni sui moti dell'acqua che Leonardo diceva «sono pari a quelli dei capelli». Peccato per l'epilogo che indaga l'eredità del maestro, ammassando brutte copie e refrain contemporanei. Inutile.