Dal 2 giugno al 18 settembre al Vittoriano la grande rassegna di italiche memorie TANTO per intenderci, partiamo da un fatto personale. L'altro giorno, al momento di prendere un taxi a Largo Chigi, vengo avvicinato da una giovane donna, sui trent'anni, dal fare gentile. «Lei è il giornalista Stinchelli, vero, posso rubarle un minuto?». «Si figuri, anche due». Mollo la portiera e mi metto all'ascolto. La signora parte via spedita: «Io la leggo e la seguo da diversi anni. Mi piacciono soprattutto le cose che lei scrive e dice sul conto degli ebrei romani perché, veda, io sono ebrea, mi chiamo Calò, e apprezzo che uno come lei abbia rispetto e fraterna amicizia per il nostro popolo. Lei va da tempo affermando che gli ultimi autentici romani siamo proprio noi, "li giudii". Mi fa piacere, perché io sono romana e mi sento soprattutto italiana. Vede questa medaglietta che porto, sopra c'è scritto Italia, è il mio nome quello che papa e mamma m'imposero, segno che anche loro a questa appartenenza ci hanno tenuto». Qui finisce il mio incontro con Italia Calò. Delle sue parole mi ha toccato soprattutto quel termine «appartenenza» che ho sentito pieno di amore e fierezza. Eh, sì, quest'Italia Calò è davvero degna del suo nome. Penso che Azeglio Ciampi e Rocco Buttiglione, ciascuno dalla sua posizione di pensiero e di autorità, avessero in mente tante e tanti italiani simili a Italia Calò, al momento di promuovere e dar corso alla grande mostra «Le Radici della Nazione Simboli d'Appartenenza), che s'inaugura il 2 giugno al Vittoriano. Quel Vittoriano che in altri tempi, sollecitamente rimossi, era propriamente detto Altare della Patria. Vari e concomitanti elementi hanno indotto istituzioni e governo a porre ma-no all'esposizione, che si configura essenzialmente come una vasta e approfondita ricerca (stavo per scrivere «riesumazione») delle sacre memorie italiche. Non c'è dubbio che la prima spinta sia venuta dalla scadenza, relativamente imminente (1861-2011), del 150 anniversario dell'Unità d'Italia: costituiva il miglior pretesto, giustificato dalla devozione ora dominante all'attualità. Ma l'ispirazione primaria è stata di sicuro fornita dalla nota passione patriottica di Ciampi che, giusto al Vittoriano, inaugurando l'anno scolastico 2001, rivolto a studenti e insegnanti, disse: «C'è un bisogno di Patria che unisce giovani, adulti e anziani. Ne è viva testimonianza il successo di tutte le iniziative che promuovono il recupero della nostra storia, della memoria che è in ogni famiglia, in ogni paese, in ogni città. Tutto ciò è motivo di fiducia e di speranza». È stato questo, ritengo, lo sparo che ha dato il via alla meritoria, gigantesca impresa. A tal punto il più era fatto, non restava che chiamare le persone giuste e radunarle intorno a un tavolo per varare il piano dell'opera. In tal senso, non si è lesinato sui nomi e sui talenti, sia per quanto attiene al comitato scientifico che a quello organizzativo. Si va da Giuseppe Talamo a Sabino Cassese, da Claudio Strinati a Giuseppe Galasso (curatore in particolare della mostra romana), da Piero Melograni a Giuseppe de Vergottini, da Salvatore Settis a Louis Godart. Si diceva di un'impresa vastissima. Talmente vasta, impegnativa e coinvolgente da apparire agli scettici per-sino «poco italiana». Chi ha anni e mente per ricordare sa bene che, successivamente alla fine dell'ultima guerra mondiale, la parola «patria» venne in Italia messa rigorosamente in castigo. Ora, è evidente, la punizione è finita. Lo comprova questa mostra, la cui prima sezione «Simboli d'Appartenenza» si apre il 2 giugno e durerà fino al 18 settembre, per iniziare un ciclo di celebrazioni (sette altre sezioni tematiche) che si protrarrà di qui al 2011. A volta a volta verranno svolti ed esposti i seguenti temi: 2006, «II governo del territorio»; 2007, «Arti e Mestieri»; 2008, «Apprendere e Comunicare»; 2009, «Oltre i confini dell'anima»; 2010, «Italia ed Europa. La circolazione dell'esperienza»; 2011, «Le radici della Nazione». Il primo tema, quello della «sezione romana» evoca «l'appartenenza», attraverso i simboli patri, dalle bandiere ai francobolli, dai santi patroni Francesco e Caterina agli artisti, dagli oggetti della tradizione popolare fino alle foto e alle maglie degli atleti «azzurri». È una raccolta estremamente accurata di una vastità impressionante. Andateci al Vittoriano (l'ingresso è gratuito) e vedrete. Accompagnateci, soprattutto, i vostri ragazzi: non si annoieranno. Sarà per voi più facile, dopo, spiegar loro perché quel monumento tutto bianco si chiamò anche Altare della Patria. Ai più grandicelli ed evoluti date in lettura il saggio di Rocco Buttiglione (è nel catalogo della mostra): uno scritto splendido e anche una chiara godibilissima lezione su questa Italia patria nostra, tenuta in prima persona dal dotto ministro dei Beni Culturali. Euri-pide, inguaribile pessimista anche a causa delle corna inflittegli dalle mogli, sosteneva che «patria è ovunque sia terra nutrice». Vista la mostra, ci permettiamo di dissentire. Nell'idea di patria c'è di più e di meglio.
LA MOSTRA Alla ricerca della patria rimossa - Vittoriano voglia d'Italia
Il giornalista Stinchelli ha incontrato Calò, una donna ebrea che si sente italiana e romana, e ha parlato con lei delle sue opinioni sulla patria e sull'appartenenza. Calò ha espresso il suo orgoglio per essere italiana e romana, e ha menzionato la medaglietta con l'italia scritta sopra. Il giornale annuncia che la mostra "Le Radici della Nazione" si apre al Vittoriano il 2 giugno e durerà fino al 18 settembre. La mostra esplorerà i simboli della patria, come la bandiera, i santi patroni, gli artisti e gli oggetti della tradizione popolare. Il giornale sostiene che la mostra sia un'opportunità per i giovani di capire meglio la storia e la cultura italiana.
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