«I lavori in piazza San Carlo e piazza Vittorio devono essere fermati. Immagino che sia avvenuto. Ma se qualcuno ha deciso di uscire fuori dalle regole stabilite da una società di diritto si addossa responsabilità gravissime». Il ministro per i Beni e le attività culturali Rocco Buttìglione di nomi non ne fa. Ma è piuttosto chiaro che la reprimenda è diretta a quanti, nell'amministrazione comunale torinese, continuano a fare orecchie da mercante rispetto al diktat sopraggiunto da Roma per interrompere i lavori nei parcheggi sotterranei, uno stop temporaneo in attesa che il comitato tecnico-scientifico ministeriale si esprima sul caso dei reperti archeologici rinvenuti e rimossi. Ieri mattina Buttiglione era a Torino per partecipare a un convegno nazionale su infanzia e pisco-farmaci, organizzato alle Molinette dall'associazio piemontese «Giù le mani dai bambini». Il ministro era arrivato nel ca-poluogo nella notte e al risveglio non gli è mancata l'occasione di verificare che le cronache locali dedicavano ancora ampio spazio alla questione delle piazze Spazio era riservato soprattutto al «giallo» intorno al decreto di sospensione dei lavori: la direzione generale per i Beni archeologici, retta da Annamaria Reggiani, ha confermato di averlo redatto mercoledì e subito trasmesso a Torino. Ma il direttore regionale, Mario Turetta, ha affermato di non aver ricevuto null'altro che una telefonata d'allerta: niente fax, niente documenti. La circostanza ha offerto all'assessore ai Lavori pubblici, Maria Grazia Sestero, l'opportunità di temporeggiare. «Finché non vedrò il decreto, i lavori proseguiranno», ha continuato a dire l'esponente della giunta Chiamparino negli ultimi giorni, mentre le ruspe proseguivano senza posa la propria opera nelle viscere della terra. Di più. A ingannare l'attesa delle carte c'è stata anche la dichiarazione «intercontinentale» del primo cittadino, Sergio Chiamparino, in missione istituzionale in Giappone. Il sindaco ha fatto sapere da Nagoyà di aver già interessato l'Avvocatura del Comune per un eventuale ricorso al Tar capace di neutralizzare gli effetti del decreto. Ma Buttiglione ieri è stato chiaro: «II provvedimento è stato comunicato e immagino - ha detto - che a Torino lo abbiano ricevuto». Il ministro ha spiegato che non tutti i lavori vanno fermati, ma solamente quelli interessati dal vincolo di protezione archeologica. «Sarebbe molto grave -ha incalzato poi - se ci fossero state interferenze, ma non credo che ci siano state. Ultimamente non ho sentito il direttore regionale per i beni culturali (Turetta, ndr), ma i miei uffici penso di sì». Chiunque sceglierà di giocare sugli equivoci dunque dovrà poi assumersi le proprie responsabilità. Come già anticipato nei giorni scorsi, Buttiglione si è impegnato a risolvere la questione in tempi brevi, per evitare disagi ai torinesi, da mesi alle prese con i cantieri nelle piazze. Il Comitato si riunirà il prossimo 10 giugno, «quindi entro l'estate -ha detto il ministro - verranno prese delle decisioni». La scelta di disporre altre verifiche sulle sorti dei resti ritrovati in piazza San Carlo e Vittorio è, per Buttiglione, un «diritto-dovere», non una «speculazione politica», come prospettato da Chiamparino di fronte all'annuncio dello stop ai cantieri. «Mi sembra che caso mai - ha fatto notare il ministro - ci sia stata una speculazione contro il governo che è stato attaccato per aver consentito alla giunta torinese di fare quello che ha fatto». Il pressing del Comune per il rispetto dei tempi di realizzazione dei parcheggi avrebbe infatti avuto un ruolo nell'interpretazione del Codice dei beni culturali, la legge in base alla quale sono stati preordinati gli interventi di tipo archeologico nei cantieri. «Il nuovo Codice, a suo tempo molto criticato dalla sinistra - ha fatto notare Buttiglione -, offre molta elasticità. E qui mi sembra sia stata adottata un'interpre-tazione molto estensiva, per la quale non sono mancate le perplessità. Ora, la sinistra non può dare prima una lettura straordinariamente elastica della norma e poi accusare il governo di aver permesso di distruggere i reperti».