A 86 anni Luigi Stradella si sposta in bicicletta tra il suo appartamento nel centro storico di Monza e lo studio d'artista in una casa di corte del quartiere di San Biagio. Nei suoi occhi c'è ancora la voglia di ricercare, trovare nuove forme, dare luce e colore alle sue sensazioni. Qual è il suo segreto? «Sono un grande sognatore, mi piace mischiare realtà e sentimento, suscitare emozioni. Amo la luce e la nascondo nell'ombra, in un mistero di contrasti. Mi hanno riconosciuto una sorta di schizofrenia dei segni, ci sono momenti nei quali la mano si muove da sola, animata da un suo spirito indipendente e capace di riempire la tela. Il colore per me è un segno interiore e non un semplice tratto empirico». Se la Brianza fosse un colore? «Sarebbe l'azzurro del cielo di Lombardia come lo descrive il Manzoni, ma anche il grigio di certe mattine velate, il verde e il marrone del parco di Monza, che è stato una grande fonte di ispirazione». I suoi esordi? «Nello studio di mio nonno, Emilio Parma. Conservo ancora un piccolo quadretto dei primi anni di studio a Brera con alcuni suoi ritocchi. Davanti a lui posò anche il Cardinal Schuster e poi tante signore della Monza bene. Ha saputo proseguire la tradizione ottocentesca nata con Mosè Bianchi». Lei ha scelto altre strade. «Ho cominciato anch'io con il figurativo: amavo riportare sulla tela i luoghi della mia infanzia come il Lambretto che scorre dietro la chiesa del Carrobiolo, tela che ha vinto nel 1951 il "Premio Città di Monza" ed è nelle collezioni civiche insieme ad altre mie opere». Quando c'è stata la svolta? «Nel 1961 un altro quadro monzese, "Novembre sul Lambro", ha aperto nuove strade nella mia pittura, quelle dell'inconscio, dell'anima». Si sente apprezzato da Monza e dai brianzoli? «Non mi lamento. Mi piace pensare che le mie opere mi sopravvivranno. Quelle delle collezioni civiche, una "Assunzione della Vergine" nella quadreria dell'ospedale San Gerardo, una pala d'altare in chiave moderna in sala Maddalena. Ho esposto in tutta Italia; Urbino, la città di mia moglie e di Raffaello, è stata molto generosa con me. Si è appena conclusa una mostra delle mie tele alla Casa deli Umiliati. Ho atteso per trent'anni questo museo, dopo la chiusura della pinacoteca civica in Villa Reale. È un museo bello, ma nascosto. In fondo è ad immagine dei monzesi, che amano essere scoperti poco per volta». Come si concilia l'arte con il pragmatismo brianzolo? «La mia è una famiglia d'artisti. Il nonno pittore, la sorella pianista, mia nipote è l'attrice Cristina Crippa. Forse siamo brianzoli atipici. Mi piace definirmi pittore lombardo». Il momento d'oro per Monza? «Ci sono stati periodi di grande vitalità. Penso ai tempi di Mosè Bianchi, Pompeo Mariani, le Biennali artistiche in Villa Reale, i maestri dell'Isia, il Novecento di Anselmo Bucci che aveva lo studio a Monza e frequentavo spesso. Io però ho capito che per vivere d'arte dovevo spostarmi a Milano e così ho fatto tra il 1954 e il 1980». Poi però è tornato «Il richiamo delle radici è forte. Qui ho i miei luoghi, mi piace passare davanti alla villa in via Frisi dove sono nato, alla casa di piazza Citterio dove sono cresciuto, torno a Triuggio dove sono stato sfollato. Ho visto Monza cambiare, a volte crescere male con costruzioni francamente brutte. Dispiace vedere che alcuni luoghi della memoria non ci siano più». Monza città d'arte? «Ci sono stati segnali positivi come l'apertura del Museo della città, il restauro di Villa Reale, il Museo del Duomo. Io però sogno ancora di vedere la Pinacoteca in Villa Reale. Mi fa male pensare che tante opere siano chiuse nei depositi. E pensare che c'era pronto un progetto di Gae Aulenti per fare della tessitura Pastori Casanova una piccola Gare d'Orsay della Brianza». L'opera a cui è più legato? «Non mi separerei mai dal ritratto di mia moglie». Cosa c'è sul suo cavalletto? «Per ora una tela bianca, ma non lo rimarrà a lungo: sono pronto a rimettermi in gioco».