Non debutta nel segno della chiarezza il lavoro da realizzare in tempi ultrarapidi per un programma intonato al titolo di Capitale italiana della cultura. Il titolo che Siena condividerà, lungo il 2015, con Cagliari, Lecce, Perugia e Ravenna: con le altre città, cioè, che hanno gareggiato per conquistare l'altisonante riconoscimento di Capitale europea della cultura 2019, ottenuto, come si sa, da Matera. L'idea del ministro Franceschini di incoronare simultaneamente le sconfitte concedendo loro un (magro) premio di consolazione (in soldoni un milione di euro) non è da screditare. Occorreva lenire la delusione salvando qualcosa degli obiettivi predisposti in vista del traguardo mancato. Ma la strada imboccata pare assai diversa. Finora, del resto, non si è svolto un esame critico e pubblico del dossier elaborato sotto la regia di Pier Luigi Sacco: dove una sequenza di bizzarre invenzioni aveva messo in ombra i progetti più dotati di realistica e funzionale credibilità. Gli appuntamenti abbozzati per l'agenda 2015 paiono uscire a sorpresa da un ritardatario uovo pasquale. Il primo piano è assegnato a una mostra dedicata a Ambrogio Lorenzetti, il maestro del Buon Governo. Se ne parlava da tempo. Come organizzare una tale impresa in quattro e quattr'otto? Si viene ora a sapere che di Ambrogio saranno semplicemente avviati e resi visibili ai visitatori i restauri di tre sue opere: primo assaggio di un complicato percorso scientifico. Secondo pezzo forte sarebbe un omaggio a Alberto Burri nel centenario della nascita. Prendere spunto dall'illuminante interpretazione che dell'artista umbro ha dato il senese Cesare Brandi, ben più di un «collezionista di quattro importanti opere», è suggestione non iniqua. Ma, a quel che par di capire, si punta su qualcosa che somiglia a una sorta di riduttiva riedizione di un poco attraente déjà-vu. Altro tema è la celebrazione dei settecento anni dal compimento nella sala del Mappamondo della Maestà di Simone Martini, per la quale «saranno realizzate si scrive nuove modalità di fruizione». A queste iniziative, accennate con vaghezza, fanno seguito festival di danza, musica e teatro «diffusi in tutto il centro storico». Alle spazientite domande di spazi per un'urbanistica della cultura che favorisca incontri internazionali e imprese giovanili si risponde assicurando la pubblicazione di bandi finalizzati a sollecitare progetti di rigenerazione per snodi nevralgici, uno dei quali da corredare addirittura con un «Urban bike center». Quanto poco Siena coi suoi vertiginosi saliscendi si presti a una percorrenza ciclistica è a tutti noto, ma così vuole la futile ideologia Smart. Liturgico finale è un pellegrinaggio lungo la via Francigena per raggiungere Roma l'8 dicembre, all'apertura del Giubileo. A che giova affastellare un elenco di più o meno plausibili occasioni? Non sarebbe più utile concentrarsi su un minor numero di proposte organicamente correlate e di sicura evidenza accantonando un'affannosa e riempitiva frammentazione? Le ricette magiche non surrogano piani circostanziati per stimolare una ripresa che non chiede di essere affidata ancora ad un'affrettata estemporaneità. E poi accidenti all'inflazionata boria da capitale! In mancanza di capitali si abbonda della parola. Al pari di tanti centri della Toscana, Siena ha bisogno di ritrovare un'agevole vivibilità quotidiana, di una misurata e accogliente dignità. Henry James invitava a interrogarla in silenzio come fosse un oracolo, cercando di carpirne i segreti per farsi «consapevoli della presenza estetica del passato».