Nell'Antichità il porto di Brindisi aveva fama di essere, a detta di geografi, naviganti e viaggiatori, "il migliore del mondo". E non solo, o non tanto, per la sua peculiare fisionomia (avvolgeva - e avvolge tuttora - il centro abitato in un suggestivo abbraccio naturale) o per la sua bellezza paesaggistica o per i monumenti che vi si trovano (basti citare le colonne romane poste al termine della Via Appia e le grandiose fortificazioni militari), quanto perché era l'approdo più sicuro e riparato del mondo antico, oltre che il porto privilegiato d'imbarco e sbarco da e per l'Oriente. Era la "Porta d'Oriente". E attraverso quella "porta" sono transitati uomini e merci che hanno fatto la storia: pellegrini, religiosi, mercanti, artisti, generali, templari, crociati e, finanche, imperatori e santi (recenti studi hanno rivelato che l'apostolo Pietro sbarcò a Brindisi diretto a Roma). Tutti da lì sono passati. E nei secoli la città ha mantenuto, e difeso con orgoglio, il suo primato, se ancora nell'Ottocento, con l'apertura del Canale di Suez, continuava a essere "Porta d'Oriente": la celebre "Valigia delle Indie", nella sua rotta tra Londra e Bombay, faceva scalo proprio a Brindisi. La città, insomma, si è sempre identificata col suo porto, e con diritto, e quel porto è da sempre fonte di identità culturale per i brindisini, oltre che la loro principale risorsa. Una risorsa in termini economici, certo, ma ancor più di democrazia, perché simbolo di uguaglianza per i cittadini, che sanno che il porto è di tutti: di chi arriva, di chi resta e di chi parte. Identità e uguaglianza che vanno di pari passo con l'accoglienza, visto che il porto nella sua storia non si è mai sottratto alla sua vocazione all'ospitalità, a essere rifugio per i forestieri; come dimenticare l'esemplare prova di umanità - degna del migliore Nobel per la pace e mai fin troppo celebrata - data dai brindisini tra il 1990 e il 1991 nell'accogliere più di 30 mila profughi albanesi in fuga dalla propria terra, ospitandoli finanche nelle proprie case? Si può dire che Brindisi abbia fatto dell'accoglienza la propria bandiera, tanto è vero che nel suo porto le navi in entrata - unico caso in Italia - hanno avuto la precedenza su quelle in uscita fino al 2013. E a conferma di questa naturale vocazione, l'Unesco ha tributato al porto il titolo di "monumento e sito messaggero di una cultura di pace". Ora, quando è iniziato il declino del "miglior porto del mondo"? Quando si sono persi di vista i tre principî di identità, uguaglianza e accoglienza e si è scelto di puntare su un presunto sviluppo industriale, che nulla aveva a che spartire con la naturale vocazione del territorio (che, è bene ribadirlo, è quella all'accoglienza di persone e merci in un luogo salubre e colmo di bellezza) e che per questo ha finito per snaturarlo e violentarlo, sul piano paesaggistico e, in primis, su quello ambientale, quel che è peggio senza condurre all'auspicata crescita economica. Un grave crimine, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze, soprattutto sotto l'aspetto ambientale: il sito industriale di Brindisi, che interessa una superficie di circa 5600 ettari di mare con uno sviluppo costiero di circa 30 chilometri quadrati, rientra, sulla base del decreto ministeriale 471 del 1999 e del successivo decreto legislativo 152 del 2006, tra i "siti di interesse nazionale ai fini della bonifica", individuati in relazione "alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell'impatto sull'ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali". Il paradosso è che ad assestare il colpo di grazia ci hanno pensato le diverse Autorità portuali brindisine, che, anziché favorire i traffici turistici, commerciali e mercantili, hanno intrapreso la via del sistematico disimpegno, condannando il porto alla paralisi, a vantaggio dei vicini scali di Bari e Taranto (che, per quanto importanti, non vantano storia e prestigio del porto di Brindisi). Intanto, l'ex "miglior porto del mondo" sta progressivamente cambiando fisionomia. Come? Grazie al cemento, naturalmente. E il cemento, si sa, è la passione degli italiani. Nel programma triennale delle opere pubbliche 2015-2017, approvato dal comitato portuale con delibera del 27 febbraio 2015, è stata ratificata la scelta di continuare a investire sullo sviluppo industriale, prevedendo - tra gli altri - interventi di realizzazione di un nuovo pontile gasiero e di adeguamento del pontile dell'Enichem, di completamento della cassa di colmata tra il pontile del petrolchimico e Costa Morena est e di banchinamento della spiaggia di Sant'Apollinare per la creazione di attracchi per navi traghetto e Ro-Ro (roll-onroll-off). Il banchinamento di Sant'Apollinare, oltre a rappresentare uno scempio sul piano storico, paesaggistico e ambientale, significherebbe abbandonare le ultime speranze di veder risorgere il porto, dal momento che quella spiaggia è da sempre uno dei luoghi più cari alla memoria e al cuore dei brindisini, che fino agli anni sessanta potevano permettersi il lusso, durante le stagioni estive, di fare il bagno nelle acque (pulite) del proprio porto. Perdere questa identità culturale sarebbe rinunciare a una parte importante, anzi costitutiva, dell'essere brindisini. A tal proposito, non si dimentichi che il sito di Sant'Apollinare, che racchiude testimonianze risalenti all'età del bronzo, è patrimonio culturale pubblico e come tale è difeso e tutelato per legge dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio, che all'articolo 10 include tra i beni culturali le aree che rivestono interesse storico, archeologico ed etnoantropologico, anche in ragione del loro riferimento all'identità di una comunità, e all'articolo 20 dispone che i beni culturali non possano essere distrutti. Ecco perché il riscatto e il risanamento del porto non possono che partire da quella spiaggia, dove le tartarughe caretta caretta vanno ancora a deporre le uova e dove ogni brindisino che si rispetti sogna di tornare a prendere il sole tra un via vai di barche a vela, yatch, traghetti e navi da crociera. Ultima minaccia in ordine di tempo arriva dalla bozza di riforma della portualità italiana, che distingue tra porti di prima e seconda fascia. In barba al suo prestigio, il porto brindisino è stato ricompreso nella seconda, il che lascerebbe prefigurare l'accorpamento della sua Autorità portuale a quella di Bari o Taranto. L'ennesimo affronto a Brindisi e alla sua storia ultra millenaria; l'ennesimo tentativo di assegnare al suo porto un ruolo marginale nello scenario portuale italiano; l'ennesima sconfitta di una classe politica incapace di tutelare, e se è il caso di difendere coi denti, il proprio territorio e il proprio patrimonio culturale. Un quadro globale desolante, mitigato solo in parte dalla promessa di nuovi scali croceristici nella stagione 2015 (in realtà un "contentino"). Il nodo da sciogliere, però, è un altro: saranno capaci i brindisini di riprendersi il proprio porto, di strapparlo a un destino infame e di farlo rivivere sulla base di quei sacrosanti principî che in passato ne hanno fatto il migliore del mondo? Per il bene di Brindisi e dei brindisini speriamo di sì.
The Huffington Post
30 Marzo 2015
Brindisi, c'era una volta il miglior porto del mondo
TE
Teodoro De Giorgio
The Huffington Post
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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