Le gru si affacciano dai tetti sconquassati dal sisma, i rumori dei cantieri rimbalzano tra gli edifici antichi. Le facciate di pietra bianca, quelle poche non coperte dai ponteggi, spuntano qua e là tra le macerie, riflettendo, come cristalli, la luce del sole e rendendo più belle e riconoscibili le testimonianze di un passato che prima di quel maledetto 6 aprile 2009 era dato per scontato. Se il terremoto è distruzione, il post-terremoto è anche ricostruzione. Una ricostruzione che si vorrebbe completa e immediata, mentre è solo parziale e procede a passi lenti seppur incessanti. È così che proprio su quelle facciate splendenti, sulle gru illuminate la sera, dentro ai rombi dei trapani in centro storico, si aggrappano i ricordi e le speranze degli aquilani, gli stessi che si emozionano quando tornano a calpestare il pavimento di San Bernardino, seppure lo abbiano già fatto centinaia di volte, o quando entrano a Palazzo Ardinghelli, ancora cantiere. Ogni pietra che torna al suo posto si trasforma in un sospiro, un punto da cui ricominciare. E, tra le mura antiche, i ritrovamenti inattesi, i luoghi che tornano alla vita, non c'è spazio per chi dice che tutto è fermo e che L'Aquila è destinata a morire. Ne è convinta Alessandra Vittorini, da poco nominata soprintendente unico per il cantiere dal ministero dei Beni culturali, ma da anni in prima linea nella ricostruzione della città storica, come soprintendente ai beni architettonici. Dal 6 aprile 2009 a oggi sui monumenti e sui palazzi storici della città molto è stato fatto, anche se ancora tanto resta da fare. In termini numerici, quanto è stato speso per i beni culturali e quanti edifici sono stati oggetto di interventi? «La ricostruzione del centro storico aquilano è essenzialmente un problema di ricostruzione di patrimonio culturale. Chiese, conventi, complessi religiosi, monumenti e palazzi nobiliari coprono infatti, nel loro insieme, oltre i due terzi del tessuto più antico e compongono un immenso cantiere di restauro. Il fitto reticolo di ponteggi e di gru che disegna lo skyline cittadino è il segno visibile degli oltre 100 interventi avviati dalla Direzione regionale del ministero dei Beni e delle attività culturali sui più importanti e significativi edifici pubblici, con l'impegno di oltre 150 milioni, e dei cantieri attivi nei 130 aggregati con progetti approvati dalla Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio, che impegnano oltre 600 milioni di contributi. Di giorno in giorno i ponteggi si smontano e le facciate si svelano, restituendo antichi scorci e nuove visioni degli spazi urbani. Tutti hanno avviato i lavori, oltre 20 sono praticamente conclusi, con le facciate tornate nuovamente visibili, dopo lo smontaggio dei ponteggi. È un lavoro che evidenzia pienamente l'apporto concreto fornito dall'ufficio, sia al processo di ricostruzione, ma anche e soprattutto alla capacità di spesa dei fondi pubblici programmati a fine 2012. I progetti approvati hanno consentito l'immediata erogazione di diverse centinaia di milioni di contributi e quindi l'attivazione dei meccanismi in grado di "mobilizzare" i fondi della programmazione successiva. Va ricordato anche l'importante apporto delle altre Soprintendenze impegnate nel lavoro di indagine e ricerca archeologica e nel recupero e restauro delle superfici decorate e dei beni mobili». I lavori di restauro e ristrutturazione del post-terremoto, in centro storico, ma anche nei borghi, hanno rivelato tesori nascosti per anni sotto le murature in gran parte settecentesche. Quali sono stati i risultati che maggiormente l'hanno emozionata? «Italo Calvino in un suggestivo passaggio delle sue "Città invisibili" afferma che ... "la città non dice il suo passato, lo contiene". E nei cantieri aquilani quel passato affiora con prepotenza: tra le crepe, i muri e i crolli si svelano presenze inattese e reperti preziosi. Colonne murate da secoli, affreschi nascosti dietro le pareti, antichi soffitti decorati al di sopra delle volte, scale e varchi nascosti nei muri rivelano segreti e narrano storie spesso inedite e sconosciute. Sono le tante città che compongono L'Aquila di oggi. Quella trecentesca e angioina, con gli antichi muri e gli archi gotici, quella cinquecentesca e seicentesca in gran parte riconfigurata negli edifici della città settecentesca, quella ricostruita dopo il terremoto del 1703 con la rielaborazione barocca di luoghi, monumenti, edifici e decorazioni. E, ovunque, la città antisismica, che da sempre si affida ai suoi antichi sistemi e alle sue tecniche costruttive: le "rue", le catene lignee, i muri intelaiati "alla beneventana", le capriate "impalettate", i capichiave decorati. È una ricchezza che questo lavoro ci sta regalando e che stiamo cercando di rendere patrimonio comune, raccontandolo e mettendolo a disposizione di quanti vogliano seguire da vicino il recupero della città». La città storica in futuro sarà più sicura rispetto al 2009, pur conservando la sua bellezza e il suo valore culturale? «Oggi a questa città si chiede sicurezza, innanzitutto. Ma anche innovazione, per dare risposte alla vita e alle esigenze contemporanee. E per guardare avanti. Tutto ciò non è incompatibile con la tutela e il rispetto del patrimonio e della storia. Le metodologie del restauro non escludono le soluzioni innovative. Le tecniche sperimentali non devono necessariamente soppiantare o escludere le consolidate tecniche tradizionali del "buon costruire". Perché sicurezza e tutela non sono princìpi da contrapporre, ma anzi possono diventare elementi di qualità dello stesso progetto. A patto che si tengano al centro la conoscenza dei manufatti e delle strutture, lo studio, la documentazione, l'indagine operativa e soprattutto il recupero delle tecniche costruttive compatibili con le strutture antiche, che spesso hanno dimostrato anche maggior capacità di resistenza alle sollecitazioni sismiche. E a patto che si lavori con tempi, risorse, professionalità e approfondimenti adeguati». I cantieri aperti, i ritrovamenti inaspettati e i monumenti tornati alla luce sembrano lanciare un messaggio di speranza, in un giorno di dolore: la rinascita appare sempre più vicina. Dal suo osservatorio privilegiato, sa dire quanto gli aquilani dovranno aspettare ancora per tornare a vivere il centro? «Il nostro impegno è ridare vita alla città, a partire dal patrimonio culturale. Ma sappiamo con certezza che questo non basta, perché la vita quotidiana richiede ben altro. Luoghi e spazi pubblici, attività e servizi, relazioni e legami da riannodare che avranno bisogno di un tempo ben maggiore di quello indicato sui cartelli dei cantieri. Ma siamo certi che la riappropriazione dei luoghi identitari, degli spazi comuni, dei ricordi e delle memorie della città così come si presentava prima del 2009 potrà contribuire a ritrovarne il senso, ripensarne gli spazi, prefigurare un ritorno alla normalità. Lavorare sui monumenti, sul patrimonio culturale, sui luoghi della storia e della memoria, è per tutti noi un onore e un privilegio. Ma soprattutto una grande responsabilità. Perché, citando ancora Calvino "di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».