A Livorno un'istituzione culturale troppo poco visitata che raccoglie opere di Fattori, Ulvi Liegi, Corcos, Lega Le migliaia di turisti che, sulle navi da crociera, attraccano al porto di Livorno, transitano frettolosi ed ignari verso Pisa, verso Lucca, verso Firenze, Volterra o San Gimignano. Pochi sanno che esiste Villa Mimbelli, museo civico "Giovanni Fattori". Pochi vi vengono indirizzati, mentre, lo dice anche a ragione lo storico Franco Cardini, farebbero ore di fila per un Manet. Forse che i macchiaioli non valgono gli impressionisti? È un'antica questione. Gli è che dietro i macchiaioli non vi fu l'industria culturale, né vi sono i massmediologi che indirizzano il mercato e i musei del mondo. Mentre, da lunghi anni, su Parigi si addensa la finanza speculativa che prospera sull'arte. Così Villa Mimbelli, dove è ospitata un'ampia collezione di forti, validi, seduttivi pittori toscani, a cominciare da Fattori, è visitata con parsimonia ed anche le scolaresche sono rare. Mentre nei resti del bel giardino si assolano mamme coi bambini sotto palme e rara erba. Ma i tesori sono dentro e da gustare. La villa è opera dell'architetto Vincenzo Micheli a cui fu commissionata nel 1860 dai coniugi Mimbelli, Francesco ed Enrichetta Rodocanacchi,commerciante di granaglie lui, e bellissima possidente lei.Coppia ambiziosa e mondana ben inserita nel milieu dei trafficanti di merci, che a partire dal 1600 fecero la fortuna del porto livornese, preferito dai Medici prima e dai Lorena successivamente. I Mimbelli scelsero per la loro casa un pratone a sud della città prima di Antignano, un tantino discosto dal mare però battuto dai gabbiani ed insaporito dalle tamerici. Le altre agiate e storiche famiglie livornesi si appoggiavano al centro. Volevano star protette dall'imponente fortezza ed esser vicino alla cattedrale ed al mercato. Francesco Mimbelli si volle staccare, forse perché il centro troppo cosmopolita tra greci, ebrei,portoghesi ed inglesi non gli permetteva un soggiorno appartato e solitario, magari rinfrescato dalla visione del colle di Montenero che già era stato speculato dai romantici come Shelley o Byron. Ora Villa Mimbelli è museo comunale con bellissime sale dove tanti pittori toscani e livornesi offrono meraviglie ed anche tele appena passabili,tra dipinti di Ulvi Liegi e Natali. Penetrare la villa è un'incantevole passeggiata nella memoria. Vi scorrono storia, arte, vita livornese che ben conosce ed indica la responsabile del museo Francesca Gianpaolo, attiva dirigente. Da vedere al piano terra la sala destinata al ballo e quella in stile moresco dove attendevano i frequentatori fumando davanti alle tappezzerie originali, alle boiserie.Opere di Neri, di Picci del secolo XV ed autori più contemporanei come Pascali e Burri. Ciò che davvero incanta è la scalinata che porta ai piani superiori dove erano le camere dei signori. La scalinata è decorata di putti grassottelli e fiabeschi. Ed abbiamo, quando ancora si risentiva il neoclassico caro a Mario Praz, una parata che richiamando la bottega dei Della Robbia anticipa il Liberty, ed è sfavillante e leggera; con il moresco della sala da fumo, la dice lunga sul gusto eclettico dell'architetto e dei proprietari. Ora in questo periodo a metà del secolo dopo il romanticismo sfrenato, riscopriva il medioevo, il neo-gotico. La scalinata di Villa Mambelli annuncia ciò che sarebbero risultati i villini dell'Ardenza, il mercato e le Terme Corallo, il Teatro Goldoni col tetto di un vetro stupendo. Al piano superiore della villa l'occhio lascia le architetture e si posa completamente sui soffitti affrescati. Nei soffitti in particolare si ammira tra tante allegorie delle sale degli specchi e del salottino giallo, l'imponente affresco di Annibale Gatti (1874) che raffigura l'inaugurazione del monumento dei "Quattro Mori" (1626) col granduca Ferdinando II, la granduchessa Vittoria della Rovere, e lo scultore carrarino Pietro Tacca autore delle statue in bronzo dei "Quattro Mori",mentre la statua del granduca è di Giovanni Bandini; lavoro che non piacque allo Stendhal, il quale scrisse: «È cosa davvero sconveniente che un principe sia circondato dall'eterna immagine del dolore, egli con la sua presenza dovrebbe sbandirlo ovunque». L'attenzione ai quadri, tanti maestri macchiaioli, diviene poi esclusiva per le sale che seguono: la sala nera, quella dei ritratti e quella di Nomellini. Di Giovanni Fattori, livornese doc e gloria nazionale, si mostrano due eccezionali battaglie di indipendenza quali "L'assalto a Madonna della Scoperta" del 1868 e la "Carica della cavalleria a Montebello" del 1862. Quale lezione si acquisisce guardandole? Siamo lontani dai modelli classici di Michelangelo, Paolo Uccello, Raffaello dove i guerrieri erano veri maschi in posizioni omeriche e con slanci ferini di carni.Fattori è pacato, umanizzante, e i suoi guerrieri seppur lanciati alla carica, mantengono un aspetto di bonomia pastorale forse derivata dagli sguardi in Maremma. I cavalli paian ascoltare, manca il rosso del sangue. L'ispirazione di Fattori è già tutta ripiegata, acquietata dai bagni all'Ardenza. Altre meraviglie del maestro, "Le mandrie maremmane", "La signora Martelli", "La Torre Rossa", "La giornata grigia", "La campagna romana", rafforzano la tesi che i macchiaioli da Lega a Tommasi, o come Corcos e Cecconi, non fossero in arte come in vita dei rivoluzionari, bensì dei tranquilli pittori, da tenere comodamente in salotto sopra un sofà. Insomma quest'Ottocento che deliziava gli artisti era democratico, pacifista, progressista, illuminato. Sfrenato mai come erano gli impressionisti. L'unico livornese ad essere smodato come noto fu Modigliani (anche una sua campagna è in mostra nella villa), e visse non a caso a Parigi fuori da ogni tempo. Fortuna sua. A Villa Mimbelli richiama bruscamente alla realtà un gran telone di Plinio Nomellini che raffigura l'ingresso trionfale delle camice nere a Firenze. Una città "rossa" ha l'audacia di esporre un 'arte marcatamente nera. Nomellini si convertì al fascismo come tanti altri intellettuali toscani da Soffici a De Ambris a Viani. Il quadro di Nomellini è una eruzione di toni caldi e figure brusche e movimentate, giovanilistiche, prorompenti. L'Italia sognava l'avventura (già anticipata dal Gabriele D'Annunzio), Villa Mimbelli invece sognò la poesia calma dolcissima. Perciò merita di essere valorizzata.
Il Tirreno
5 Aprile 2015
✓ Entità verificate
LIVORNO - Villa Mimbelli, ovvero l'ingiusto oblio del regno dei macchiaioli
AD
Adolfo Lippi
Il Tirreno
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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