Riconosciuta l'autografia dell'artista per il San Francesco di Carpineto Romano Non è vero, come vuole la retorica del lamento, che i depositi dei nostri musei siano pieni di capolavori. Tutto il meglio è esposto e godibile. Nei depositi sono conservate solo le opere minori. Il «San Francesco in meditazione» del Caravaggio che da oggi sarà visibile nel Serrone della Reggia di Monza è un'eccezione. Ma la ragione per la quale è da anni chiuso nei depositi della Galleria nazionale d'arte antica di Palazzo Barberini, a Roma, è semplice: la sua autografia è stata a lungo oggetto di dubbi, ricerche e accese discussioni. Innanzi tutto le circostanze del ritrovamento della tela, nell'estate del 1967 a Carpineto Romano, non sono mai state chiare. A darne notizia per prima fu Maria Vittoria Brugnoli, la quale riferì che la tela «in passato nella sacrestia e collocata poi in un vano della faccia interna della parete divisoria tra il coro e l'unica navata della chiesa» è «trascurata al punto da apparire quasi in stato di rovina». Ulteriori dubbi nascevano poi dal fatto che la tela è molto simile a quella conservata nella sacrestia di Santa Maria della Concezione, la chiesa dei Cappuccini in via Veneto, a Roma, attribuita a Caravaggio già dal 1908. Che il pittore avesse dipinto dei doppi era noto, ma la questione era: quale delle due tele poteva ritenersi il prototipo? E una delle due non poteva essere una copia coeva di un seguace? Gli studiosi si divisero in due schiere altrettanto autorevoli finché, nel 2000, le analisi diagnostiche eseguite durante il restauro, rafforzano le ragioni dei «carpinetani». I complessi indizi scaturiti dal restauro sono ricostruiti nel catalogo della mostra da Andrea Dusio il quale elenca anche le deduzioni riguardo a datazione e committenza. Quello che è certo è che la chiesa di Carpineto venne edificata per volontà del cardinale Pietro Aldobrandini, particolarmente devoto a San Francesco. Un altro punto fisso è che i rapporti fra Caravaggio e gli Aldobrandini furono molto stretti fin dall'arrivo del pittore a Roma e quindi il dipinto potrebbe essere arrivato al convento su donazione, per esempio, di Olimpia Aldobrandini, erede del fratello. Ma non può escludersi nemmeno l'ipotesi che sia pervenuto in una maniera del tutto autonoma, o su commissione dei Colonna, altri protettori del Caravaggio, a loro volta legati agli Aldobrandini. Insomma, molte domande rimangono ancora aperte essendo il dipinto totalmente privo di documenti e menzioni nelle fonti coeve. Tuttavia, almeno ad oggi, pare si sia raggiunta l'unanimità per quanto riguarda l'autografia del Caravaggio che dunque declassa a copia il suo doppio conservato nella chiesa romana.