TORINO. Il rischio maggiore era quello di trasformare fin troppo. Di togliere, con i lavori di un cantiere lungo cinque anni costato 50 milioni di euro, il fascino di un museo come l'Egizio di Torino (duecento anni di storia alle spalle): il più importante del mondo dopo quello del Cairo, tra i primi 10 più visitati in Italia (567.688 gli ingressi, in crescita, nel 2014). Scommessa vinta: il nuovo Egizio, raddoppiato negli spazi (10 mila metri quadrati quelli ora a disposizione per 4.500 oggetti esposti) anche grazie all'annessione con la vecchia Galleria Sabauda, sembra davvero un altro museo, ma dell'antico (scaturito dall'intuizione e dalla collezione di Bernardino Drovetti) ha mantenuto tutto l'incanto. Un percorso velocizzato, più agile e più chiaro che comincia dall'ipogeo, soprattutto per quello che riguarda il primo e il secondo piano; grandi teche di vetro e alluminio al posto dei classici contenitori tardo ottocenteschi (che comunque fanno la loro comparsa in alcuni angoli del percorso); una serie di metastorie (di uomini e di scoperte; da Jean-François Champollion alla tomba di Kha) che corrono, anche fisicamente (grazie a pannelli e video), in parallelo a quelle dei reperti. Il direttore Christian Greco, classe 1975 da Arzignano, provincia di Vicenza, esempio felice di cervello italiano in fuga poi ritornato in patria dall'Olanda, in meno di dieci mesi dal suo arrivo ha rivoltato il museo. E spiega: «L'Egizio vuole essere un grande museo per studiosi, ma anche un luogo per i giovani e per chi voglia scoprire come queste scoperte sono avvenute. Questa non è un'inaugurazione, ma un nuovo inizio». Un inizio dove, accanto alle indicazioni in italiano e in inglese, compaiono finalmente anche quelle in lingua araba: «Per capire quanto l'Egitto sia stato importante per la nostra cultura» (e proprio per questo il giovane Greco si appresta a partire a maggio per una campagna di scavi a Saqqara). Quello che oggi inaugura è dunque un museo completamente rinnovato grazie al progetto firmato da Isolarchitetti (mattoni pieni, malta di calce, la luce arriva dall'alto) e con le scenografie del premio Oscar Dante Ferretti che, con il suo Statuario pensato in occasione dell'Olimpiade invernale di Torino 2006, ha dato in qualche modo il via a questa mutazione: suo è tra l'altro il bellissimo pannello «che rende omaggio a Burri raccontando il tracciato del Nilo» che fiancheggia la scala mobile che dall'ipogeo (che accoglie biglietterie, guardaroba, bookshop, laboratori, servizi) porta ai piani alti. Tra i tanti recuperi: la decorazione ottocentesca della volta della Galleria dei sarcofagi, l'allestimento del transetto pensato dal grande direttore Ernesto Schiaparelli e lo scalone in marmo bianco, sempre ottocentesco, del Mazzucchetti. Un esempio da seguire (un esempio buono per tutta l'Italia) «di come una città industriale come Torino possa felicemente riciclarsi in luogo d'arte», ha spiegato il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini, tra i presenti alla cerimonia di inaugurazione ufficiale di ieri con il sindaco Piero Fassino, il presidente della Regione Sergio Chiamparino e quello della Compagnia di San Paolo (tra i soci fondatori della Fondazione Museo Egizio, che ha «fornito» 25 dei 50 milioni del cantiere) Luca Remmert. Tra i presenti nella lunga giornata di ieri, scandita, da preview per la stampa, per i politici, per i «personaggi» e per gli studiosi, si sono visti Davide Rampello, il ministro all'Istruzione Stefania Giannini, il presidente della Lega Calcio, Carlo Tavecchio. La presidente della Fondazione Evelina Christillin, definita di volta in volta «una macchina da guerra» o un «carrarmato di terza generazione», oltre a sottolineare il gioco di squadra dello staff e i tempi rispettati, ha detto che «questo progetto mi fa sentire orgogliosa di essere italiana e mi ha fatto persino venire giù qualche lacrima». E ha fatto i migliori auguri anche all'Expo di Milano: «Un'occasione unica». Non a caso una ciotola predinastica dell'Egizio sarà anche tra i simboli del Padiglione Zero.