Quando il vero problema del teatro greco era il paesaggio che distraeva il pubblico Il sovrintendente dell'Inda Gioacchino Lanza Tomasi «Il teatro è miserabile perché miserabile è lo Stato. La Fondazione ogni anno mette circa 600mila euro per ripulire il Temenite» Intervenendo a Fahrenheit, il programma quotidiano di cultura di Radiotre, il sovrintendente dell'Inda Gioacchino Lanza Tomasi ha risposto a una domanda sull'ammaloramento del teatro greco spostando il mirino delle ultime polemiche innescate: «Il teatro è miserabile perché miserabile è lo Stato». Tradotto significa che uno Stato che lesina finanziamenti alla cultura, così come del resto fa la Regione siciliana, non può pretendere di essere sostituito nei suoi compiti primari dagli enti locali che per giunta tiene a stecchetto. Lanza Tomasi ha spiegato che non è solo il teatro greco in pena, ma anche l'Ara di Ierone è trascurata oltre che essere preda, come la cavea, di erbacce le cui sostanze chimiche hanno il potere di corrodere in profondità la pietra. «L'Inda interviene ogni anno con circa 600 mila euro per ripulire il teatro - ha detto il sovrintendente - ed è una somma significativa, ma di più non può fare. Quanto poi al montaggio delle strutture si può stare tranquilli perché le operazioni di spinta e tiraggio sono affidate a un tenico del Genio civile che ha in materia competenze a prova di rischi». Tuttavia il problema del teatro greco, che torna puntuale ogni anno in questo periodo, è lo stesso che riguarda oggi Pompei, la Valle dei templi di Agrigento, il Parco di Selinunte e decine di altri siti archeologicI italiani, denotando tutti insieme un deficit che è innanzitutto statale. Problema che comunque si poneva pressoché immutato già agli inizi degli Spettacoli classici quando i fondatori dell'Inda si posero la domanda se una gran massa di spettatori nella cavea potesse peggiorare le condizioni già precarie e comunque delicatissime del teatro. Proprio nell'anno inaugurale delle tragedie greche, il 1914, la questione del teatro e della sua sacralità era talmente sentita che più di un intellettuale siracusano fu indotto a proporre di apprestare le toghe agli spettatori, così da assimilarli agli attori, perché era ritenuta davvero una stonatura vedere cappelli a cilindro e redingotes. In verità, in quegli anni era il paesaggio offerto dal teatro, così suggestivo e attraente, a costituire un autentico problema, dal momento che il pubblico era spinto facilmente a distrarsi dalla scena. Quando nel 1922 per la prima volta, dopo aver diretto a distanza alcune tragedie, Duilio Cambellotti venne a Siracusa e vide il teatro prese coscienza di una nuova concezione della scenografia e, a differenza che nelle edizioni precedenti allorché aveva acconsentito a creare scene asimmetriche aperte sul paesaggio, volle realizzare un "grembo scenico" che intercettasse lo sguardo degli spettatori impedendo loro di ammirare il panorama più che le sue scenografie. Panorama che allora come oggi si identificava con quel particolare momento del tramonto che da solo è valso a rendere celeberrime le Rappresentazioni di Siracusa: cosa che Cambellotti, sfidando la natura e l'architettura, cercò di cancellare, ma con totale insuccesso. Lanza Tomasi ha così potuto spiegare a Radiotre che se un problema c'è al teatro greco è quello delle luci: inutili perché, com'era nell'antica Siracusa, gli spettacoli iniziavano nel pomeriggio e terminavano alle prime ombre, ma oggi divenute essenziali se, ora legale a parte, ancora alle ventuno molte volte le Rappresentazioni sono in pieno o semipieno svolgimento. Momento questo più che altro magico, in linea proprio con quel paesaggio che si tentò invece di rimuovere e che a Siracusa torna sempre in primo piano: giusto come quelle tele di Cambellotti che nella prefettura di Ragusa provarono a nascondere, caduto il fascismo, e che poi tornarono inevitabilmente alla luce. Certamente il Temenite ha bisogno di manutenzione, come ogni sito che abbia raggiunto una certa età, ma che se ne parli a ridosso degli Spettacoli classici e non di sfilate, kermesse, premi e concerti, tutte manifestazioni che sembrano promosse solo a condizione che sciorinino tra le antiche pietre, non rende certamente merito a una città che se ha un'esclusiva universale è proprio la tragedia antica. La quale dovrebbe essere considerata sacra come sacro i siracusani del primo Novecento ritenevano il loro teatro e che invece pare prendere sempre più la fisionomia di una "tragediatura" tra accuse ad hoc, allarmismi mirati, dichiarazioni cotte a puntino, anatemi e alti lai. Tutto ordito e condito perché la realtà sia mistificata. Il solito vizio siracusano di mostrare quello che in realtà non c'è. Anche Elio Vittorini ne fu vittima: volendo recensire le tragedie classiche in calendario chiamò La Fiera letteraria e chiese una tessera d'ingresso gratis nella quale fosse ben evidente che egli arrivava da Roma come inviato speciale e che non era un semplice corrispondente da Siracusa. Piccole miserie di provinciali in una città eterna dove il teatro greco, come un gran saggio di 2500 anni che ne ha viste tante ma tante ed è più siracusano di tutti i siracusani, se la ride di miserie e miserabili e fa intanto gli scongiuri ai gufi, ai corvi e agli sparvieri. 29032015