Il nome di Akragas, la città greca che poi sarebbe divenuta Agrigento torna spesso nelle cronache non solo, purtroppo, per gli aspetti di natura storica, ma per le complicazioni di tipo giudiziario. Negli ultimi anni in modo particolare, infatti, ad ogni operazione di recupero di reperti archeologicI sottratti dai cosiddetti "tombaroli" condotta dalle forze di polizia e in particolar modo da parte dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale emerge come parte del maltolto provenga più o meno direttamente dal nostro territorio. Monili, monete, vasi strappati alle tombe o alla terra entrano nel circuito del mercato nero raggiungendo varie zone della Sicilia e dell'Italia, dando prova di come la nostra sia una provincia ritenuta di primaria importanza per i ladri di reperti. Nella conoscenza "popolare", infatti, si tramandano un numero innumerevole di siti che soprattutto in passato sono stati letteralmente "terreno di caccia" per i tombaroli, come le tombe ad alveare della cosiddetta "muntagneddra" a Favara o la zona di "Castiddrazzo" a Palma di Montechiaro e, ancora di più, molti luoghi di più o meno noto interesse archeologico sull'asse Agrigento-Caltanissetta. "Ovviamente - spiega il soprintendente ai beni culturali di Agrigento Caterina Greco - è sempre preoccupante quando c'è una reviviscenza palpabile di un fenomeno grave come quello dei tombaroli, in questo momento magari anche alimentato dalla crisi economica, ma credo sarebbe necessario distinguere tra scavi effettuati nell'Agrigentino e materiali agrigentini recuperati. Sono ovviamente temi diversi - continua - perché materiale di realizzazione agrigentina circolava soprattutto in quest'area della Sicilia. Rispetto alla provincia non ho segnalazioni specifiche o segnalazioni, ma il territorio tra Agrigento e Caltanissetta è stato da sempre abbastanza 'caldo'". In quest'area agivano, ad esempio, i tombaroli fermati con l'operazione "Demetra", dello scorso febbraio, ma a scorrere la cronaca recente non sono nemmeno atipici i casi di agrigentini "beccati" in "trasferta" (4 favaresi vennero denunciati nel 2010 a Mussomeli). E se la vigilanza è già difficile nei siti "ufficiali", è impossibile su campo aperto. In tal senso molto dipende dalla collaborazione dei cittadini ma, soprattutto, dal lavoro delle forze dell'ordine. "Purtroppo come è noto - spiega Greco - il nostro ufficio ha problemi di personale e di risorse, e quindi non è possibile a prescindere un controllo su campo aperto. Merito va dato soprattutto al lavoro delle forze di polizia e in particolare dei carabinieri del nucleo tutela del patrimonio". Gioacchino Schicchi 29032015