Perchè l'intervento dell'assessore all'urbanistica in consiglio regionale è un manifesto politico "Il presidente Rossi ha dichiarato che io sarei "un grande tecnico, che quando esprime giudizi politici compie... scivoloni pericolosi". Ma io rivendico il mio agire "diversamente politico", in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore né dall'obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici» (Anna Marson). Anna Marson, architetto, assessore uscente all'urbanistica, venerdì sera in consiglio regionale ha fatto arrabbiare tutti, sia per la forma che per la sostanza del suo intervento. Ortica allo stato puro. L'ha letto non prima della votazione sul piano del paesaggio - come sarebbe stato normale - ma dopo, quando ormai i giochi erano chiusi. Una mossa astuta, perché l'averlo letto prima avrebbe probabilmente sottratto qualche consenso al piano poi approvato a larga maggioranza, ma sbagliata e irrispettosa verso i consiglieri. Nella sostanza, è stata ancora più tranchant. Ha detto che «tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l'hanno fatti mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo». Ha aggiunto, ça va sans dire, che molti emendamenti sono stati scritti non dai consiglieri ma dai consulenti delle aziende del marmo. Il veleno nella coda di questa turbolenta legislatura. Ma a fare più male è stata la rivendicazione di una sua diversità: politica ma anche antropologica, di berlingueriana memoria. Diversità da quei consiglieri regionali che, come scriveva Piero Calamandrei, «miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare». Distinzione dal Pd e persino dal governatore Enrico Rossi. Anna Marson dice di sentirsi diversa perché può pensare all'interesse collettivo e disinteressarsi di quello privato: la sua poltrona politica o il profitto di pochi favoriti. Una diversità ostentata, intransigente, altera. Quello che per il Pd è un punto di vanto - l'aver raggiunto un compromesso tra ambiente e lavoro sporcandosi le mani in lunghe e faticose trattative - per Anna Marson è motivo di «rammarico» a causa dei molti, troppi «cedimenti, contraddizioni, indebolimenti» del piano . In altre parole: quello pronunciato davanti a consiglieri indignati o imbarazzati non è il puntiglioso intervento di un tecnico prestato alla politica che difende il suo operato. È un manifesto politico che traccia una netta linea di demarcazione. Tra quelli come il Pd che, sul modello anglosassone delle lobby, non considerano più tabù il libero dispiegarsi degli interessi privati nella partita pubblica, purché trasparente, e chi invece rifiuta ogni frammistione. Una distanza che si è accentuata man mano che il Pd, con la scomparsa dell'opposizione in Toscana, è diventato l'unico contenitore politico capace di rappresentare verdi e cavatori, ambiente e sviluppo, governo e protesta. Il Partito Unico della Regione - per rievocare il renziano Partito della Nazione - che sul territorio, da Piombino alla Versilia, pratica gli interessi di collegio e frequenta le lobby più o meno alla luce del sole, come abbiamo raccontato in queste tormentate settimane di iter del piano paesaggistico. Diversi in tutto, insomma, tanto che viene da chiedersi come Pd e assessore all'urbanistica abbiano potuto marciare insieme per cinque anni. Ora che l'equivoco è giunto al capolinea, dando per scontato che Anna Marson non farà parte della prossima giunta regionale, ci si chiede cosa resterà di questa diversità. Sta all'intelligenza del Pd e di Rossi non buttare via "il bambino con l'acqua sporca".