In quanto calabrese, Salvatore Settis si definisce «suddito napoletano». E sì che, più dell'attrazione esercitata da Napoli, che lui definisce «la mia capitale» scherzando con l'antica funzione accentratrice da cuore del regno borbonico, nel caso di un raffinato intellettuale come lui sarebbe più pertinente richiamare la comune identità della Magna Grecia. Ma un gioco è un gioco, e in questo dei suoi legami con la città vista da lontano Settis preferisce sciorinare, in rapida associazione d'idee, legami, luoghi e temi che lo portano di continuo a Napoli. Con la mente e con il pensiero, se non nella realtà. «Alcuni miei antenati erano ufficiali dell'esercito borbonico, napoletana era una mia zia assai cara e a Napoli ho dei cugini», dice. «Sono innamorato del museo Archeologico e, con un saggio in catalogo e partecipando al comitato scientifico, ho collaborato all'allestimento di una mostra sulle macchine del mondo antico che s'inaugura il 22 giugno. Resto incantato, a Capodimonte, guardando mostre come quella straordinaria di Caravaggio. Ho la fortuna di avere un rapporto speciale con chiese, palazzi e monumenti dì Napoli non facilmente visibili, mediato dai miei amici napoletani Mirella e Maurizio Barracco e dalle loro campagne per la riapertura dei tesori sottochiave. Ho visto il cimitero delle Fontanelle e ne sono rimasto affascinato. Insomma, oltre alle conferenze e ai convegni, ho molti buoni motivi per essere a Napoli, sempre meno spesso di quanto vorrei. Perché ciò che più apprezzo sono i napoletani, la loro cultura, la loro civiltà». Per chi ci vive, professore, la prospettiva è diversa. Ma prendiamo uno dei luoghi che conosce bene, l'Archeologico: le sembra che sia valorizzato al suo massimo? «Non del tutto. Negli ultimi anni sono stati fatti grandi sforzi, con programmi intensi per renderlo visitabile e attrarre anche gli estimatori dell'arte contemporanea. Ma il vero problema è che la parte aperta del museo è praticamente minima. Ci sono più reperti nei sotterranei che in esposizione. La collezione potenziale è talmente enorme che di musei se ne potrebbero fare dieci». E lei tanti ne farebbe? «No di certo, uno basta. L'Archeologico, del resto, soffre dei mali cronici di tutti i musei italiani. Pochi fondi e personale insufficiente. Poche assunzioni, se non nessuna, da dieci anni a questa parte. Con i fondi a disposizione, lì si fanno miracoli, ma il museo potrebbe dare dieci volte più di ciò che dà. E poi c'è l'altro aspetto museale, quello dell'arte contemporanea e la nuova grande attenzione prestata a questa». È imminente l'inaugurazione, per l'arte contemporanea, di Donnaregina: la vede in conflitto con l'Archeologico? «No, ma penso che due musei di arte contemporanea, Pan e Donnaregina, siano troppi. È vero che in Italia c'è un ritardo generalizzato sul contemporaneo, mentre Napoli si è conquistata una visibilità con le sue iniziative, cominciando da quelle in piazza Plebiscito. Ma perché Regione e Comune si muovono entrambi su questo terreno? Con tutto il rispetto, l'arte contemporanea mi sembra diventata una moda dilagante, quasi si rischia la concorrenza tra il Pan e Donnaregina. Si dovrebbe bilanciare l'attenzione al contemporaneo e all'antico, trovare un equilibrio con i musei storici». Chi dovrebbe effettuare un simile coordinamento? «Ci sono tre aspetti: uno sulla decisione delle spese, uno di struttura istituzionale, il terzo culturale. L'aspetto culturale deve trascinare gli altri. Ci vorrebbe un tavolo di concertazione. E se si vuole arrivare a un concerto di buone volontà, sarebbe meglio un programma compiuto piuttosto che iniziative puntiformi impegnate a dividersi le poche risorse disponibili. È un discorso che vale per tutto il Paese, ma a Napoli lo scollamento è più evidente». Ritiene che a Napoli sia più forte che altrove anche il pericolo legato alla tendenza a svendere i «gioielli di famiglia», conseguenza dellalegge Tremonti del 2002 che lei ha denunciato nel suo libro «Italia S.p.A.»? «Sicuramente. Non è un caso se sulla vendita dei monumenti e dei beni culturali a Napoli e intorno a Napoli sia sorto un vero e proprio genere letterario. Il romanzo sull'argomento che ho trovato più interessante è Di questa vita menzognera di Giuseppe Montesano, con al centro una famiglia di camorristi immaginari, i Negromonte, che comprano tutta la città per farne un grande parco tematico e consumano pranzi grotteschi con argenterie antiche e porcellane pompeiane. Il fatto che questo sia oggetto di narrazione vuol dire che a Napoli c'è una percezione particolarmente intensa di un simile rischio». E l'ipotesi di vendita delle spiagge è una boutade da finanza creativa o una follia? «Una sciocchezza che è stata seppellita da un coro di no. Non ci sarebbe da preoccuparsene, in base alla Costituzione e al Codice civile, ma purtroppo queste cose sono per il ministro Tremonti delle piccolezze. La Costituzione per lui è come un giocattolo che si può smontare a proprio piacimento. Ma non bisogna allentare la vigilanza. Per fortuna il ministro Siniscalco appare più attento, però la prossima Finanziaria sarà difficile, la crisi è sotto gli occhi di tutti e può tornare la proposta di vendita del nostro patrimonio culturale, monumenti o pezzi di costa». Nel suo libro «Il futuro del classico» lei coglie l'attualità ciclica dell'antico. Ma nell'ex Magna Grecia si moltipllcano zone come le periferie urbane disgregate, dove il classico sembra non avere alcun presente, e tanto meno futuro. Ha un suggerimento del punto da cui si potrebbe partire per risollevare queste realtà? «Certamente parlare di classicità nei sobborghi o nei quartieri dormitorio è a dir poco una contraddizione in termini. Ma non va mai dimenticata, e meno che mai in queste zone, la dimensione interiore che si può ricreare con la lettura. Con la cultura in senso generale. Parlare di classico non significa qui riproporre quel che esisteva cento o mille anni fa, ma atteggiarsi a intendere meglio ciò che è diverso da noi stessi. II classico siamo noi stessi e insieme è il diverso da noi. Ci è servito nei secoli per capire gli altri, come dice Levi Strauss, per inglobare Celti, Goti, genti venute dall'Eufrate. Oggi ci può aiutare a capire i nuovi popoli che vengono da noi, e spesso vivono proprio in quei nostri sobborghi degradati».
Intervista a Settis: Sprecata la risorsa cultura
Salvatore Settis, un intellettuale calabrese, parla della sua amata Napoli. Egli definisce la città come la sua capitale e la sua mente e pensiero sono sempre lì. Ha antenati napoletani, una zia e cugini, e ama il museo Archeologico. Ha collaborato alla mostra sulle macchine del mondo antico e resta affascinato dalle chiese, palazzi e monumenti di Napoli. Tuttavia, ritiene che il museo Archeologico non sia valorizzato al suo massimo e che la collezione sia troppo grande per essere esposta. Settis pensa che la parte aperta del museo sia minima e che ci siano pochi fondi e personale insufficienti.
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