ROMA«La seconda guerra del Golfo? Per l'Iraq archeologico sarà molto peggio della prima. Basta pensare agli scontri già avvenuti nella zona di Ur del Caldei e nelle paludi dove si bloccarono nella storia tanti altri eserciti, E poi mi fa paura il fatto che alla fine del conflitto saranno gli americani a gestire tutto, compresa quasi certamente la conservazione dei beni monumentali. Voglio solo ricordare che il vicepresidente Usa è quel Cheney che nel '91 chiamò "piramide" la Torre di Babele». È un vero e proprio grido di allarme quello di Giovanni Pettinato, Direttore dell'Istituto di Assiriologia alla Sapienza, è uno dei massimi conoscitori dell'Iraq sumero e assiro-babilonese. Ma soprattutto conosce quel Paese, da Nord a Sud, come pochi altri italiani per le frequenti missioni organizzate negli ultimi anni. Anche poche settimane fa era in programma un nuovo viaggio, bloccato all'ultimo momento dal ministero degli Esteri: «La guerra era già alle porte». Ma insieme alla preoccupazione per la sorte delle preziose antichità conservate nella regione, Pettinato annuncia anche 11 pronto interessamento dell'Unione europea, In funzione di salvagente: «Mi ha già contattato la segreteria di Prodi chiedendomi un Inventario di tutti i siti esistenti in Iraq. Pensano evidentemente di Intervenire». Perché parla di una situazione «peggiore» rispetto a quella che si registrò nel 1991? «Perché allora venne attaccata soprattutto Bagdad e l'avanzata americana non incontrò grandi resistenze. L'impatto con i beni archeologici fu quindi limitato, i guai vennero soprattutto dal saccheggi effettuati a causa dell'abbandono temporaneo di alcuni siti. Ora invece la situazione è diversa: si combatte metro per metro con attacchi che persistono In numerose aeree archeologiche». Quali sono le zone più a rischio? «Prima di tutto 11 Sud dove si sono sviluppati i primi combattimenti. Parlo di Ur dei Caldei, un antico recinto di case e sentieri del duemila avanti Cristo, e di Babilonia, della ziggurat, cioè la Torre di Babele. Nel '91 l'amministrazione statunitense arrivò a dire che proprio quella torre veniva utilizzata dagli Iracheni per nascondere gli aerei. E ci fu tra gli studiosi una sollevazione. Oggi vedo meno questo sentimento di indignazione, a partire dai colleghi americani». È preoccupato anche per la sorte di altri siti? «Il Nord conserva testimonianze Importanti come Nlnive, a Mosul, altra città dove si registrano bombardamenti. Si tratta di resti importanti. Come la scoperta, avvenuta quattro anni fa, della tomba della moglie di Assurbanipal: conteneva 250 chili di oggetti in oro e diamanti». E il museo di Bagdad? «Ancora non ho notizie dirette, ma temo per la sua sorte, dato che è ad un centinaio di metri dalla televisione irachena bombardata qualche giorno fa. Conserva cose bellissime. Furono gli inglesi ad attrezzarlo negli anni Cinquanta, ma gli iracheni lo hanno sempre ben custodito. Come del resto hanno fatto con tutte le antichità nelle altre zone del Paese». Un regime interessato all'arte? «Piuttosto un governo che aveva l'obiettivo di rafforzare il nazionalismo e lo spirito patriottico con una rivalutazione della sua storia e l'esaltazione delle sue radici. In altre parole a Saddam interessava creare un legame fra 11 suo regime e 1 regni assiro-babilonesi, Ed è tipico di un regime laico come quello Baath. Del resto in Siria è accaduta la stessa cosa, mentre in altre nazioni arabe la storia comincia da Maometto: tutto ciò che lo precede è insignificante. Saddam invece si interessava personalmente ad alcuni siti, anche per motivi legati al culto della personalità». In che modo? «Aveva saputo che gli antichi imperatori assiri lasciavano la loro "firma" sulle mattonelle dei palazzi imperiali. Cosi, quando venne ricostruita la reggia di Na-bucodonosor, volle la sua sigla su ogni pezzo, Peccato che mentre gu antichila facevano collocare sul retro delle mattonelle lui ha Indicato che fosse in bella mostra. Del resto Saddam ha più volte parlato di sé come del novello Nabucodonosor». Qua! è la realtà degli esperti locali? «Durissima, Basti pensare che prima del '91 un archeologo iracheno guadagnava l'equivalente di 6 milioni di lire al mese. Ora, a causa dell'inflazione galoppante, si deve accontentare di una decina di dollari appena. Una situazione che ha portato ad una fuga progressiva dei cervelli. Al giorni nostri è rimasto solo un Iracheno capace di leggere la scrittura cuneiforme e due archeologi di buon livello». Teme che dopo U conflitto il patrimonio archeologico iracheno sarà gestito esclusivamente da stranieri? «Spero prima di tutto che venga gestito. La sensibilità degli americani al riguardo mi sembra molto scarsa. E saranno loro ad avere 11 comando. L'altro giorno però mi ha contattato la segreteria di Romano Prodi. Desiderano avere un inventario di tutti 1 beni archeologici iracheni. Credo che abbiano sentito anche altri studiosi. Penso che l'Unione europea voglia interessarsi da vicino alla questione. Un fatto certamente positivo».