SPESE FATTE per lo aconcime del palaço per me Ottaviano di Nicolò di Domenicho. Domenicho dipentore sta in chasa di Lorenso Bechafumi per una figura di sancta Angnese fece al Comune ebe li. sesantatré per resto che costò duchati dieci li. 63 s.». Ecco pensa il Giorgi Vasari aveva ragione anche stavolta! Narra Vasari, infatti, che il più grande pittore senese del Cinquecento nacque povero, e che mentre disegnava su un sasso pascolando le pecore del babbo (proprio come Giotto) fu notato dal padrone della terra, che si chiamava Lorenzo Beccafumi, il quale se lo prese in casa, lo fece studiare, gli dette il suo cognome. E il documento poliziano è come il seguito della storia: perché "fotografa" un giovane pittore che sta in casa del senese Lorenzo Beccafumi, allora podestà di Montepulciano. E non è finita qua. Giorgi racconta la sua scoperta ad un amico storico dell'arte, Alessandro Angelini. E quando quest'ultimo sente dire che in quel documento Domenico viene pagato per «una figura di sancta Angnese fece al Comune», il salto sulla sedia lo fa anche lui. Già, perché il lavoro dello storico dell'arte lo scriveva già Raffaello è quello di «confrontare l'opere con le scritture»: e questa è una delle rare, felici, volte in cui nel grande naufragio delle cose del passato due relitti (un quadro e il suo pagamento) combaciano. Il quadro, infatti, c'è ancora: nel Museo Civico di Montepulciano. È una bella tela, dove Agnese la "Santa Caterina di Montepulciano" sta in piedi, in mezzo ad un dolcissimo paesaggio e porta in mano la città stessa: più un palladio civico, che non un'immagine di devozione, e infatti la tela fu dipinta per la sala del Consiglio del Palazzo Civico. Ma come si fa a sapere che il documento parla proprio di quel quadro? Qua entra in gioco la competenza dello storico dell'arte, che non è l'intuizione del rabdomante: ma la conoscenza profonda di tanti, ma tanti, testi figurativi. E Angelini riconosce lo stile di Beccafumi nel «cielo che completa in alto la tela con i suoi sottili nembi oscuri, variati in mille cangiantismi, che forse nessun pittore aveva ancora provato », nota, «a destra in basso, il tronco contorto, che nasce sul declivio del terreno erboso, che anticipa uno dei topoi più stregati della pittura beccafumiana », riconosce un annuncio dei volti ghiribizzosi del grandissimo manierista nel «sorriso leggermente ironico » prestato ad Agnese. Una scoperta davvero preziosa, perché permette di conoscere gli inizi, finora dibattutissimi, di un protagonista del nostro Rinascimento. E, dopo lo storico, anche lo storico dell'arte si inchina a Giorgio Vasari: il quale aveva proseguito il suo racconto biografico annotando che «capitando in Siena Pietro Perugino, allora famoso pittore ... piacque molto la sua maniera a Domenico: per che messosi a studiarla ... non andò molto che egli prese quella maniera». E la Sant'Agnese ritrovata è infatti profondamente peruginesca, «anche se la "veduta" di Montepulciano che la beata tiene in mano mostra un'aderenza al vero e una volontà di ricostruzione topografica, che va ben aldilà dei modi di Perugino e pare guardare all'avanguardia di Leonardo e di Fra Bartolomeo». È intitolata a Piero Calamandrei del quale conserva le carte la Biblioteca di Montepulciano che contiene i documenti dell'Archivio Storico. La rete di nessi che unisce la vita dei musei a quella delle biblioteche e degli archivi, il lavoro degli storici a quello degli storici dell'arte, la pittura di Beccafumi al paesaggio vero che ancora nonostante tutto resiste: è proprio questa rete ciò che la Costituzione scritta (anche) da Calamandrei definisce (all'articolo 9) «il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», quella rete che la Repubblica dovrebbe tutelare attraverso la "ricerca" che la stessa Repubblica dovrebbe promuovere. Questa volta, a Montepulciano, è successo davvero.