La sudatissima approvazione del Piano toscano è il frutto della ritrovata determinazione del presidente Enrico Rossi, della tenacia e della competenza dell'assessore Anna Marson, della tenuta del Ministero per i Beni culturali (lodevole l'impegno della sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni), di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale. E anche diciamocelo della fortunata concomitanza con l'inchiesta fiorentina sulle Grandi Opere, con le relative dimissioni di Lupi: che hanno provvisoriamente spuntato la retorica dell'eterna lobby del consumo selvaggio del suolo. Il duello durissimo degli ultimi giorni si è voluto rappresentare come uno scontro tra ambiente e lavoro. Ma il pieno sostegno della Cgil al Piano e il fatto che a protestare per strada fossero lavoratori con la giornata e il pranzo pagati dai proprietari delle cave di Carrara, la dicono lunga sulla vera natura degli antagonisti: da una parte l'interesse collettivo (legato ad uno sviluppo sostenibile), dall'altra il profitto privato. Una volta tanto ha vinto il primo: e anche se resta il rammarico di aver perduto il Piano nella sua scintillante versione originale, è forte la soddisfazione per il risultato raggiunto. Ieri è stata una buona giornata per il futuro del paesaggio italiano: il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare davanti alla Corte Costituzionale il Programma Strategico Territoriale dell'Umbria, che pretenderebbe di sottoporre ab origine il Piano del Paesaggio alle esigenze dello sviluppo, in una specie di condono preventivo tombale. Sarebbe bello pensare che questi due successi siano le primizie di una fase nuova, ma è difficile crederci finché resta in vigore una legge come lo Sblocca Italia, la cui genesi (come ha notato Luca Martinelli su Altreconomia) si ricostruisce meglio attraverso le intercettazioni dell'inchiesta fiorentina che non negli atti parlamentari.