Il nuovo direttore: arte contemporanea anche al piano nobile, magari collaborando col Pecci Cita, tra le mostre più belle della gestione Bradburne, Bronzino e Pontormo e Rosso, ma poi spiazza chi è andato a conoscerlo dicendo: «Mi piacerebbe che questo luogo fosse sede di un corto circuito, vorrei portare tra le mura di questo palazzo cinquecentesco il contemporaneo, anche al piano nobile e non solo alla Strozzina. Magari collaborando col Pecci di Prato». Il nuovo direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, il trentottenne Arturo Galansino si presenta così nel giorno dell'insediamento. E se i segni hanno un significato per il momento sembra avere l'appoggio di tutti i soci fondatori: al tavolo dei relatori c'erano, oltre a lui e al presidente della Fondazione, Lorenzo Bini Smaghi, anche Lorenzo Perra per il Comune, Sara Nocentini per la Regione, Leonardo Ferragamo per l'Associazione Partners Palazzo Strozzi, e soprattutto Claudio Bianchi per la Camera di Commercio. Per quest'ultima istituzione sarebbe un ritorno: ultimamente aveva ritirato il suo impegno economico smettendo di finanziarne l'attività del museo. Certo a domanda diretta né Bini Smaghi né Bianchi dicono che riprenderà immediatamente a versare il suo contributo ma pare ci si stia muovendo in questo senso. Bene per la città e bene per Galansino che oltre al desiderio di aprirsi al contemporaneo esprime la voglia di dialogare con la città, promette di portare nuovi partners (e sponsor) internazionali, osserva i suoi interlocutori, si guarda in giro e interpreta i segnali che gli lancia Firenze, con curiosità mista a timore. Dopo la sua esperienza al Louvre di Parigi, alla National Gallery e alla Royal Academy di Londra cambia verso, torna a casa, anche se lui si è formato tra Milano e Torino, e annuncia che ora si naturalizzerà fiorentino. L'altro ieri ha affittato casa. Alle spalle l'esperienza all'estero e una sfilza di maestri. Perché se gli chiedi chi sia il suo Virgilio lui ne cita più d'uno. Dominique Thiebaut, conservatrice generale del patrimonio al dipartimento di pittura del museo parigino «un pezzo di vecchia Francia», ma anche il direttore Henri Loyrette «un visionario» e Michel Laclotte «che si inventò il grande Louvre». E poi Charles Robert Saumarez Smith, Ceo della Royal Academy. A tornare indietro nel tempo ci sono anche gli italiani Giovanni Agosti e Giovanni Romano, ma forse sopra tutti André Berne-Joffroy: «un intellettuale ottocentesco con una visione ampia della cultura». «Ma sono convinto che anche a Firenze troverò dei maestri». L'approccio low profile alla città sembra quello giusto. In fondo è stato lo stesso Bini Smaghi a sottolinearlo: «Arturo è stato scelto per il suo coraggio e la sua curiosità, per la sua competenza ma anche per la sua umiltà, non è uno che pretende di sapere tutto».