Non vi è dubbio che la creazione degli Uffizi sia stato un affare da uomini. Il primo a entrare in scena è Cosimo I de' Medici, che nel 1561 vuole l'edificio per ospitare le magistrature cittadine. Vent'anni dopo, il successore Francesco I destina l'ultimo piano del palazzo a sede della strepitosa galleria d'arte della dinastia, a rimpolpare la quale ci pensano i discendenti, fino al granduca Gian Gastone, ultimo esponente della casata. Ma se gli Uffizi oggi esistono, il merito va esclusivamente a una donna. Si chiama Anna Maria Ludovica de' Medici, è la vedova dell'Elettore Palatino e sorella di Gian Gastone. Questa signora ha la triste incombenza di archiviare la casata medicea, nel 1737, alla morte del fratello. I Medici maschi si estinguono e il governo del granducato passa a Francesco Stefano di Lorena. Il nuovo arrivato si premura di offrire all'ultima Medici di governare accanto a lui in qualità di Reggente. Ma la donna, che non è così ingenua, si rende conto della sua pericolante condizione. Straniera a casa sua e ospite nei suoi stessi palazzi, Anna Maria Ludovica vive con grande dignità l'inesorabile tramonto. Le fonti dicono che vive in stanze «con mobilia tutta d'argento: tavole, sedei, panchetti e paravanti». Non esce quasi mai se non per andare in Chiesa «o per vedere Firenze di notte in una carrozza con otto cavalli». Si lascia avvicinare da pochi visitatori che riceve con singolare distacco: in piedi, con portamento grave e solenne, ritta come una colonna sotto un baldacchino nero. Ebbene, è a questo bizzarro personaggio femminile che dobbiamo la sopravvivenza degli Uffizi. La nobildonna potrebbe vendere o alienare una parte dei beni della famiglia estinta. A quel tempo la cosa non farebbe scandalo. Gli Estensi hanno fatto fuori le loro collezioni del 1598, i Gonzaga lo fanno nel 1627, i Della Rovere svuotano il Palazzo Ducale di Urbino nel 1631, i Farnese pochi anni prima (1734) hanno smantellato i palazzi di Parma e Piacenza per trasferire antichità e opere d'arte a Napoli. Per non parlare dei Estensi di Modena, che nel 1755 vendono il meglio della loro quadreria all'Elettore di Sassonia Augusto III. Anna Maria Ludovica dimostra di possedere intelligenza e soprattutto lungimiranza. Firmando nel 1737 la Convenzione di cessione del patrimonio artistico alla dinastia dei Lorena fissa alcune ferree condizioni. Primo, il patrimonio artistico deve essere ceduto non per la gloria della casata entrante ma «per ornamento dello Stato». Secondo, le opere d'arte devono servire «per utilità del pubblico» dei fiorentini. Terzo, tale patrimonio deve servire «per attirare la curiosità dei forestieri». La modernità del messaggio contenuto in queste disposizioni è a dir poco sorprendente. Il patrimonio artistico è un bene dello Stato e non di chi lo governa. Il patrimonio artistico deve servire all'educazione dei cittadini. Il patrimonio artistico è una risorsa economica perché incoraggia il turismo culturale. Per questo, l'Elettrice sancisce l'obbligo che nulla si possa trasportare fuori dalla capitale e dal Gran Ducato. Non si tratta di una donazione qualsiasi, ma della più grande donazione mai fatta da un privato a uno Stato. La principessa ribadisce le sue convinzioni anche nel testamento redatto nel 1743. Da allora, solo due uomini hanno tentato di "invalidare" quel testamento: Napoleone Bonaparte e Adolf Hitler. Non stupisce davvero che, all'ingresso degli Uffizi, campeggi al posto d'onore il ritratto della fondatrice.
La vedova che ha inventato gli Uffizi
Anna Maria Ludovica de' Medici, vedova dell'Elettore Palatino e sorella di Gian Gastone, è la figura chiave nella creazione degli Uffizi. Nel 1737, alla morte del fratello, ella archivia la casata medicea e dona il patrimonio artistico alla dinastia dei Lorena, fissando condizioni ferree per la gestione del patrimonio. Il patrimonio artistico deve essere ceduto non per la gloria della casata entrante, ma per ornamento dello Stato, utilità del pubblico dei fiorentini e attirare la curiosità dei forestieri. La principessa sancisce l'obbligo che nulla si possa trasportare fuori dalla capitale e dal Gran Ducato.
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