IL SUPER testimone della Procura di Roma nell'inchiesta sull'atto attuativo della metro C è un dirigente comunale di 59 anni. Giovanni Serra, ex-capo del dipartimento Mobilità del Campidoglio, si è rifiutato di firmare così com'era l'accordo siglato il 9 settembre 2013 con le imprese costruttrici. Lo abbiamo incontrato prima che scoppiasse l'inchiesta di Firenze su Ercole Incalza e il sistema delle grandi opere, e dopo che la Guardia di Finanza lo aveva interrogato proprio per il suo ruolo sulla vicenda metro C. Il suo racconto è un lungo retroscena dei giorni di fuoco che hanno anticipato e seguito la firma dell'atto. «La prima riunione per discutere l'accordo ricorda è stata organizzata a inizio luglio. In quell'occasione ci è stato presentato l'avvocato Francesco Sciaudone dello studio Grimaldi. A loro l'incarico è stato assegnato alla fine del mese e già al termine di agosto l'atto era pronto». Serra fa una pausa, riflette. «La clausola più cattiva spiega non sono i 90 milioni in più, ma l'adesione al principio che da quel momento i criteri dell'equo indennizzo si applicheranno a tutte le cause di interruzione dei lavori». In poche parole, se la soprintendenza o i vigili del fuoco bloccano i cantieri per cause di forza maggiore, il Comune deve continuare a pagare le imprese costruttrici. «In assurdo sorride Serra per il Consorzio sarebbe meglio avere una sospensione dei lavori così continua a prendere soldi senza lavorare ». Serra parla con difficoltà. Si tiene le parole in bocca fino a quando abbassa le difese e una porta ne apre un'altra. «Volevamo fare chiarezza ammette e allora come dipartimento abbiamo avviato tra settembre e ottobre un'istruttoria interna sull'atto, chiedendo spiegazioni al responsabile unico del procedimento di Roma Metropolitane che aveva messo la sua firma insieme al direttore generale Luigi Napoli. Lo abbiamo incalzato e, fuori verbale, ci ha confessato che quell'atto l'aveva visto solo a cose fatte e che era stato obbligato a firmare per non essere licenziato». Di lì a poco lo stesso copione si ripete con Serra. «In quei giorni mi hanno proposto di tutto, anche di nominarmi direttore generale di Roma Metropolitane, ma quando è stato chiaro che non avrei firmato l'atto sono stato convocato da un altissimo dirigente del Comune». Serra non rivela il nome, ma ripete il contenuto della conversazione: «Mi ha detto che se avessi dato il mio via libera sarei rimasto, altrimenti sarei stato licenziato. Fortunatamente è venuta in soccorso della mia posizione l'Avvocatura del Campidoglio che ha confermato la natura innovativa dell'atto e ha messo in guardia l'Amministrazione dal firmarlo così com'era». Da quel momento la posizione del Campidoglio comincia a cambiare e nel mese di novembre lo stesso Serra dà il suo avallo al documento, ma solo per la parte prevista dal Cipe, bloccando tutti gli impegni di spesa extra, compresi i 90 milioni di euro in più di oneri aggiuntivi. Un atto dovuto, per il capo del dipartimento, uno degli ultimi della sua esperienza alla Mobilità iniziata nel 2010. «A gennaio, improvvisamente, mi sono trovato senza incarico e senza stipendio » racconta. Una pausa durata fino al 19 marzo, quando il sindaco Ignazio Marino lo ha nominato responsabile dell'ufficio di scopo istituito per fare chiarezza sullo scandalo dei Punti verde qualità.