A nessuno verrebbe in mente di sintetizzare l'arte europea (dalla Spagna all'Ucraina, dalla Norvegia alla Grecia) attraverso qualche centinaio di statue, tessuti, sedie, dal Medio Evo ad oggi. Perché allora si ritiene possibile organizzare una simile mostra sull'Africa, che ha una superficie tre volte maggiore di quella europea? Perché l'«arte africana» è una nostra invenzione; è una creazione che nasce in Europa nel XX secolo ed è stata culturalmente livellata come se esprimesse un'unica nazione. Sono stati gli europei, nel corso delle esplorazioni e delle conquiste, a conferire o negare prima l'imprimatur di artigianato ai manufatti africani e poi a consentire la loro promozione al rango di arte, avvenuta ad opera delle avanguardie del XX secolo. Al contrario, nelle società africane, quella che gli europei da un centinaio di anni hanno deciso di definire arte non è mai stata qualcosa da ammirare, ma da usare; esattamente come nelle religioni africane non si crede agli spiriti, ma se ne fa esperienza. Nel Continente nero l'aldilà condivide il mondo dell'aldiquà e il loro incontro avviene proprio attraverso maschere, sculture, tessuti, tatuaggi, feticci. La cosiddetta «arte», pertanto, non è un concetto, ma un'esperienza che andrebbe considerata un tutt'uno assieme alla danza e alla musica che animano i segni. L'«arte africana» è nata solo quando lo sguardo critico occidentale l'ha circoscritta in un museo o una collezione etnografica e questo spiega perché, lungo i secoli, la sua definizione e i suoi confini siano continuamente cambiati: arte primitiva, secondo la teoria evoluzionista, arte tribale, art nègre , arte etnica, sciamanica. Aggettivi qualificativi che nei secoli sono mutati a seconda del nostro diverso criterio di valutazione. «Dell'arte africana non si può dire che cosa sia ma solo quando sia, redigendo una mappa genealogica delle trasformazioni attraverso cui certi oggetti sono posti sotto quest'etichetta: la sua è un'identità di percorso», sostiene in Arte africana Ivan Bargna, che a sua volta accoglie lo sguardo relativistico suggerito da Nelson Goodman in Ways of worldmaking . L'equivoco di fondo nasce dal fatto che l'«arte africana» non aveva finalità estetica. L'oggetto scolpito o dipinto era l'apparizione sensibile stessa che consentiva alle divinità, agli spiriti, ai trapassati o agli antenati di farsi presenti (solo il dio creatore non viene mai rappresentato). Quella che noi chiamiamo un'opera d'arte è in realtà un'incarnazione, non un simulacro, come sono invece le nostre immagini sacre. Ecco perché non succede mai che in Africa maschere, pitture e sculture siano messe dentro cornici, vetrine o su piedistalli. Sono oggetti d'azione, appartengono alla vita vera e quando non sono più usati perdono il loro potere; diventano opere da contemplazione per le collezioni e i musei occidentali. Paradossalmente, nello stesso tempo in cui l'arte europea, nel XIX secolo, smarriva il dialogo con la sacralità, si innamorava di una cultura formale «primitiva» che era ancora tutt'uno col sacro. Su di essa, però, gettava uno sguardo condizionato dalle nostre categorie estetiche, per cui bella è una scultura Fang del Gabon perché collegabile a Brancusi o perché sembra cubista, astratta, surrealista. Se quindi da un lato l'Europa, ponendo i suoi occhi su quell'arte, ne ha stravolto il significato, da parte sua l'Africa ha fatto implodere l'arte occidentale liquidandone definitivamente i secolari valori tecnici di mimesi, prospettiva, verosimiglianza, naturalismo, emotività, narratività. Allo stesso modo, nella società africana si va ormai esaurendo l'antica funzione di culto posseduta da quegli oggetti chiudendo così il corto circuito fra Europa e Africa che rispecchia in toto quello politico.