Alla critica rivoltagli da un giornalista di fare «architettura-spettacolo» , qualche mese fa Frank Gehry ha risposto alzando il dito medio. «Il 98 degli edifici che si costruiscono oggi sono pura m..., mancano di sensibilità». E ha aggiunto: «Vorrei che mi lasciassero lavorare in pace». É stata l'espressione più marcata dello stato d'incomprensione di cui si sentono oggi vittime alcune grandi firme dell'architettura. Un'incomprensione che, talvolta, si tramutata in contrasto con le istituzioni committenti degli interventi . É stato il caso tra Norman Foster e il governo tedesco per la cupola vetrata del nuovo Reichstag, i cui giunti non parevano sigillati a dovere. É stato il caso del rettore del Mit di Boston quando si è accorto che nei dipartimenti progettati da Frank Gehry pioveva all'interno. Vicenda complicate sono state anche quelle per la nuvola di Massimiliano Fuksas a Roma e per Vittorio Gregotti al quartiere Zen di Palermo, non realizzato seguendo il progetto. Oggi è il pavimento del Mudec a dividere David Chipperfield e il Comune di Milano, talmente inadeguato da spingere l'architetto a ritirare la propria firma dal progetto. Le archistar vorrebbero solo «lavorare in pace», eseguire il progetto come l'hanno pensato e come è stato approvato, cercando di conferire un'espressività riconoscibile e non riducibile ad alcun altra soluzione, nemmeno nelle piastrelle. Specie in un museo dove, tra pareti chiuse e vetri, il pavimento ha un peso significativo. Ma l'architettura, per quanto arte autografa, non è mai riconducibile a un solo esclusivo autore come una poesia, bensì a un parto collettivo. L'architettura ha un padre e una madre diceva già Leon Battista Alberti intendendo architetto e committente, e oggi ha una famiglia allargata (opinione pubblica, finanziatori, scadenze...). É una posizione idealistica ritenersi unico firmatario. Benedetto Croce, per far rientrare l'architettura nel novero delle arti, riteneva che l'artisticità dell'architettura risiedesse solo nel progetto mentre la sua realizzazione ne fosse estranea. Ecco, il Mudec è un progetto di Chipperfield ma costruito dal Comune con tre giunte diverse e i soldi a disposizione, con quel che ciò comporta anche in termini realizzazione. E necessità di aprirlo per un'occasione unica.
Architetti e committenti. Le due opposte ragioni
Frank Gehry ha risposto a una critica rivolta da un giornalista di fare architettura-spettacolo, affermando che il 98 degli edifici costruiti oggi mancano di sensibilità. Ha anche chiesto di essere lasciato lavorare in pace. La critica è stata rivolta anche alle istituzioni committenti degli interventi, come Norman Foster e il governo tedesco, che hanno avuto contrasti con gli architetti. Oggi, anche il pavimento del Mudec a Milano è diviso tra David Chipperfield e il Comune di Milano, a causa di una soluzione inadeguata. Le archistar vorrebbero solo lavorare in pace e eseguire il progetto come l'hanno pensato.
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