La nascita di un museo è sempre una buona notizia. Il Mudec di Milano, che si rivolge alle culture, lo è ancor di più. E questo anche se il nostro Paese, con un patrimonio artistico che supera le fantasie più ardite, sovente se ne dimentica. Museo significa idee che si incontrano in un appuntamento quotidiano. Milano, prima di diventare capitale economica e morale, è stata culla di tante culture che l'hanno formata, fatta crescere, resa scattante. Dai tempi dell'impero romano è una città mai paga di quel carburante umano che è la cultura. A Milano questa benzina dello spirito non si mangia ma fa funzionare le cose; o forse le muove meglio che altrove. Nel capoluogo lombardo hanno lavorato a loro agio Leonardo, Mozart, Beccaria. Un museo nuovo, dunque. Dedicato alle culture. L'articolo 101 del Decreto Legislativo del 22 gennaio 2004, n. 42, che leggiamo nel cosiddetto "Codice dei beni culturali e del paesaggio", offre una definizione della "cosa" in burocratese. Il museo sarebbe una «struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio». Nulla da eccepire, per carità; ma è come se si definisse l'uomo un bipede implume. A nostro giudizio l'estensore delle grigie righe si è dimenticato di ricordare che nei musei si dovrebbe "godere" dell'arte. Certo, il verbo non è particolarmente adatto al periodo attuale di vacche magre, ma Milano come Roma, come Firenze, come Venezia, come quasi tutte le altre del Belpaese ha "goduto" con l'arte e per l'arte. In Italia le città sono macchine che producono cultura e la lunga storia che ci avvolge dimostra che il nostro patrimonio è nato dal piacere di creare, non certamente grazie alle logomachie burocratiche. Milano dà vita al Mudec dopo lustri di attesa. La Scala è stata progettata e costruita in minor tempo; un insieme come Brera il primo Beaubourg d'Europa con accademia, pinacoteca, orto botanico, osservatorio astronomico, biblioteca ha richiesto quasi sicuramente meno carte bollate, permessi, visti, controfirme di bolse procedure. Di più: il capoluogo lombardo prima di essere il cuore economico è stato un centro culturale a cui tutto il mondo guardava. La Scala non è un miracolo isolato; anzi, è diventata uno dei teatri più prestigiosi al mondo perché l'Ambrosiana seppe essere una biblioteca con poche rivali; entrambe sono fiorite in una città che prima di esse conobbe la corte di Ludovico il Moro, dove si potevano incontrare Leonardo, Bramante, Luca Pacioli e altri geni di tal portata. Fu quella Milano dall'esondante cultura che fece proferire a un pontefice quale Alessandro VI disinvolto nelle azioni ma acuto nei giudizi - che i lombardi «erano il quinto elemento del mondo». Del resto, ancora oggi a Londra la Lombard Street (una dal nome analogo è a San Francisco) ricorda l'influenza che i banchieri di questa terra ebbero nella finanza di tutta Europa. Milano ha sempre guardato alla cultura come a un investimento redditizio. Non soltanto ai tempi del Moro ma anche nel Settecento, quando si incontravano per strada Verri o Parini o quel ladro di Napoleone; o ancora negli anni Sessanta del Novecento allorché il capoluogo lombardo si trasformava nel laboratorio del boom economico italiano. Era la città del Nobel Giulio Natta, che portò ricchezza con la chimica dei polimeri, e al tempo stesso uno dei centri internazionali dell'arte contemporanea. L'Inter e il Milan vincevano tutto e nelle università insegnavano filosofi quali Geymonat o Severino, Paci o Vanni Rovighi. Mondadori e Rizzoli, Feltrinelli e Bompiani facevano a gara nel pubblicare la letteratura più accattivante. Milano diventava capitale morale e metropoli ricca anche per questa cultura che creava interessi, stimolava ricerche, dialogava con i continenti. I quattrini nidificano dove circolano idee e fuggono appena avvertono l'odore della loro stagnazione. E' una legge della storia da almeno cinquemila anni. Il Mudec è uno spazio che vivrà anche dopo l'Expo alimentando o adottando culture. Troverà un suo ruolo in una città che ha di nuovo bisogno di idee come di aria pulita. Le crisi si superano anche e soprattutto utilizzando quel carburante speciale, gradito all'anima, che ha sempre il medesimo nome. Cultura, appunto.