Loro tengono duro e Nardella invoca la precettazione. Loro sono i 400 dipendenti di Opera Laboratori Fiorentini (gestiscono biglietteria, bookshop dei musei statali) e, in vista del nuovo bando per l'assegnazione di questi sevizi, hanno indetto sciopero per il 4 e il 5 aprile (sabato e domenica di Pasqua). Temono che, se Opera non sarà confermata, tutti quanti andranno a casa. Quindi hanno chiesto al ministro Dario Franceschini di mettere nero su bianco il suo placet alla cosidetta clausola sociale (chiunque vinca la gara i 400 saranno assorbiti e non resteranno senza lavoro). Sul loro sciopero l'autorità di garanzia ha decretato che è illegittimo perché priva la comunità di un servizio pubblico essenziale. Abbiamo chiesto un parere all'ex soprintendente del Polo museale fiorentino Antonio Paolucci, ora direttore dei Musei Vaticani. Professor Paolucci, le sembra possibile questo pronunciamento? «Sì, credo che l'Autorità di garanzia per gli scioperi abbia tenuto conto della specificità di Firenze. Se fosse accaduto a Campobasso o a Foggia, magari avrebbe espresso parere diverso. Ma gli Uffizi chiusi a Pasqua possono creare problemi di ordine pubblico, visto che i beni culturali sono percepiti alla stregua di altri beni di consumo». Perché? «Perché senza di loro non funzionano le biglietterie, non si possono fare prenotazioni, e resterebbero chiusi i bookshop. Ha idea di cosa vuol dire tenere l'Accademia e gli Uffizi chiusi il giorno di Pasqua? Ci sarebbe fuori la folla inferocita». Dovrà ammettere però che la cosa non è paragonabile a uno sciopero del personale sanitario per esempio... «Certo che no, ma non escluderei problemi seri per la città con lo sciopero». Quindi Franceschini dovrebbe firmare la clausola sociale? «La sua posizione è imbarazzante. Capisco che non possa mettere nero su bianco una cosa del genere, significherebbe tagliare le gambe a un possibile competitor di Opera che, se dovesse vincere la gara dovrebbe assumere i quattrocento lavoratori che minacciano lo sciopero. Ma comprendo anche la posizione opposta. Io sono un vecchio democristiano ed europeista. In questa parte del mondo abbiamo un welfare che tutela ancora i lavoratori, fornisce loro delle garanzie. Non viviamo negli Usa. E per questo aspetto ne sono anche contento». Quindi non c'è via d'uscita? «Guardi la situazione è delicata. Fui io, nel '98, a dare il via al contratto con Opera, che fa capo alla romana Civita. Conosco la situazione, è delicata». Ma perché dare in gestione a una società privata questi servizi allora? Non sarebbe meglio lasciarla a dipendenti pubblici? In fondo loro stanno chiedendo la stessa garanzia di un pubblico dipendente e lei ne capisce le ragioni... «È vero, ma lei vive in Italia come me e sa bene che 400 lavoratori pubblici sono meno efficienti di 400 lavoratori privati. In Italia va cosi. Ancora una volta non siamo negli Usa».