Soltanto quattro musei italiani hanno un ristorante all'interno e otto su dieci non hanno un bookshop. Basterebbero questi due dati per capire che il Paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo ha bisogno di una radicale e urgente riforma della gestione dei Beni culturali. Ma c'è di più. Non si conosce neppure con esattezza quali siano gli introiti dei nostri musei: «Oggi - ha detto a febbraio il ministro Franceschini - non abbiamo un dato preciso». Eppure in Italia è in corso un surreale dibattito, coi sindacati come protagonisti, su un bando che verrà fatto proprio per la gestione dei servizi dei musei statali. E cioè biglietti, sorveglianza, didattica, bookshop, caffetteria, merchandising, eccetera. In alcuni musei, come gli Uffizi, questi lavori sono svolti da anni da società private anche se molti contratti sono scaduti da tempo e prorogati in deroga aspettando la riforma. A Firenze li svolge Opera Laboratori Fiorentini, che è una società detenuta in maggioranza da Civita, presieduta da Gianni Letta. Ora i sindacati chiedono (proclamando lo sciopero nei giorni di Pasqua, quelli con più visitatori e turisti) che il ministero inserisca nel nuovo bando quella che si chiama «clausola sociale»: significa che chi vincerà sarà impegnato formalmente a assumere tutti coloro che fino ad allora avranno lavorato in quella realtà (i dipendenti di Civita nel caso di Firenze) . Le preoccupazioni per il mantenimento del posto di lavoro sono del tutto comprensibili e non a caso il ministro ha già assicurato che i lavoratori della galleria fiorentina otteranno risposte positive, ma come non rilevare che in linea del principio la «clausola sociale» è un ostacolo vistoso sulla strada del cambiamento nella gestione dei nostri musei? Se infatti restano inalterati costi, competenze e anche i profili di chi svolge un certo lavoro è assai difficile che il risultato cambi: due più due fa sempre quattro. Nel caso di Firenze poi, il personale in questione è assunto da Civita, una società privata. Che senso avrebbe la clausola sociale se il bando dovesse essere vinto da un'altra società, con un diverso progetto? Sono le contraddizioni di un Paese ultraconservatore che tenta qualche svolta, per motivi di necessità. Scatenando però la rezione di chi vorrebbe che soprattutto nel mondo del lavoro non cambiasse mai nulla, secondo il modello ingessato di tutti gli uffici pubblici. Due esempi. Il primo: il Metropolitan Museum di New York incassa da bookshop, merchandising e ristoranti 72 milioni (dati 2011, gli Uffizi incassano intorno a nove milioni di biglietti). E sappiamo bene quanto l'autonomia in ogni campo abbia radici nell'indipendenza economica. Il secondo: nel 1991, quando Michael O'Leary prese in mano la Ryanair la società gestiva solo due rotte. Oggi atterra e decolla da 200 aeroporti, e ha rivoluzionato il mercato con i biglietti low cost. Nel 1991 c'erano ancora le compagnie di bandiera a dominare, ma O'Leary era stato capace di guardare gli aeroplani da un punto di vista che nessuno prima di lui aveva pensato e aveva così trovato una soluzione sorprendente. Avanti così e alla fine si invocherà un O'Leary dei Beni culturali per far decollare anche la nostra cultura.
Firenze, sciopero musei. Ricordiamoci dell'Alitalia
In Italia, solo quattro musei hanno un ristorante all'interno e otto su dieci non hanno un bookshop. Questi dati suggeriscono che il Paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo ha bisogno di una riforma della gestione dei Beni culturali. Non si conosce con esattezza gli introiti dei musei, ma il ministro Franceschini ha detto che non ci sono dati precisi. In corso è un dibattito sui servizi dei musei statali, tra cui biglietti, sorveglianza, didattica, bookshop e merchandising. I sindacati chiedono che il ministero includa una clausola sociale nel nuovo bando, che preveda l'assunzione di tutti i dipendenti che hanno lavorato in quella realtà.
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