Alessandro Petretto, consulente di Palazzo Vecchio, è ordinario di Politica economica. Gli chiediamo: è corretto o no, è giusto o meno introdurre una «clausola sociale» negli appalti che affidano a privati i servizi pubblici? «Il meccanismo di esternalizzazione dei servizi pubblici con gara di appalto è una scelta che si giustifica partendo dalla considerazione che niente garantisce che un particolare servizio prodotto totalmente dal pubblico, con la pubblica amministrazione coinvolta sia nella organizzazione che nelle produzione, sia socialmente e economicamente migliore di uno affidato ai privati. La seconda considerazione è che questo tipo di esternalizzazione viene usata in Paesi ai quali non abbiamo niente da insegnare in termine di soddisfazione del welfare: non è un meccanismo della Corea del Sud ma dell'Olanda, della Germania. Tolgono al pubblico il compito della produzione e la decentrano, mantenendo i compiti di strategia generale». Fatte queste premesse... «Posso rispondere che la clausola sociale è giusto metterla: ma anche qui, solo se non viola il principio di concorrenza che va tutelato come qualunque altro bene pubblico. Perché dalla concorrenza derivano un sacco di benefici». E quand'è che si viola la concorrenza? E come si fa ad evitare di «ingessare» gli appalti, creando condizioni che magari favoriscono (o danno l'impressione di favorire) chi è già presente ad erogare il servizio? «Questo non deve accadere. Se introduci la clausola sociale non basta offrire minori costi per vincere la gara: il meccanismo di valutazione delle gare diventa multicriteria . Hai due obbiettivi che possono confliggere tra loro: ed è quindi fondamentale il modo in cui organizzi l'appalto, individuando il giusto peso tra l'elemento di efficienza e risparmio per la pubblica amministrazione e gli standard che vuoi per il servizio, come le garanzie per i lavoratori ma soprattutto per i servizi sociali che vuoi erogare». Altra cosa sono i servizi parimenti pubblici non «indispensabili», come quelli per i musei: un tempo erogati dallo Stato, di cui erano dipendenti i lavoratori. «Quando tu sei all'interno dei servizi pubblici a rilevanza sociale, tutelati da alcuni articoli della Costituzione, c'è l'obbligo da parte dello Stato di definire i livelli essenziali delle prestazioni. Alcune volte questi livelli lo Stato li indica, altre volte no. Ma se questa informazione è disponibile, è una delle cose che vanno messe nella gara. Questo vale per le prestazione sanitarie». Per altri settori, invece, dove i livelli essenziali non sono così chiari, è fondamentale cosa viene indicato nell'appalto. La pubblica amministrazione è in grado di fare questo controllo? «Non a caso ho iniziato dicendo che questi meccanismi di esternalizzazione funzionano nei paesi del nord Europa: là c'è amministrazione organizzata, funzionante, che non si fa corrompere e soprattutto in grado di accreditare i potenziali concorrenti. Cioè individuare i cosiddetti preferred provider : non tutte le aziende possono fornire servizi ma solo quelle che hanno certi requisiti, e abbiano svolto attività analoghe. Tra i preferred , vincono i migliori. L'accreditamento è uno dei meccanismi più delicati: devi escludere chi non ha titoli, non devi farti corrompere da chi vuole partecipare e i titoli non li ha». Il pubblico ha il dovere di non violare il principio di concorrenza, ma può quindi indicare alcuni criteri: se si deve garantire la sicurezza, per esempio, si sa che occorrono lavoratori almeno pari a quello delle sale. «Devono essere vincoli e paletti che delimitano non il vincitore, ma il titolo per partecipare. Chi non è in grado di fornire questo tipo di garanzie, non partecipa neanche. Ma non puoi fare vincoli troppo stretti, perché altrimenti ...» Si sa già chi vince... «Esatto. Se metto 4-5 paletti, e se solo uno li supera ». Nel nuovo bando per i servizi nei musei la clausola sociale non è stata messa. Il ministro Dario Franceschini rassicura i sindacati, che non si fidano, che la metterà. Non è un modo di procedere un po' «all'italiana»? «Sì: è una rassicurazione che inserisce un elemento politico in una valutazione che dovrebbe essere solo economica e sociale. Una rassicurazione peraltro sempre arrivata, nelle privatizzazioni. Ma era anche inteso che nel tempo i vincoli sarebbero stati pian piano rimossi, come è successo in Ataf. Non si può impedire ad un'azienda che vince una gara, che all'inizio soddisfa il vincolo di non mandare nessuno a casa, di aggiustare successivamente il livello del personale nel corso dello sviluppo aziendale, con meccanismi come il turn over. Non la puoi ingessare a vita».
Firenze, sciopero musei. Garanzie? Solo a tempo E se non ingessano la libera concorrenza
Alessandro Petretto, consulente di Palazzo Vecchio, discute la possibilità di introdurre una clausola sociale negli appalti per i servizi pubblici. Secondo lui, la clausola sociale è giusta se non viola il principio di concorrenza. Il meccanismo di esternalizzazione dei servizi pubblici con gara di appalto si giustifica considerando che i servizi prodotti dai privati possono non essere socialmente e economicamente migliori di quelli prodotti dalla pubblica amministrazione. Petretto sostiene che la clausola sociale dovrebbe essere introdotta solo se non ingessa gli appalti, creando condizioni che favoriscono chi è già presente ad erogare il servizio.
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